Un tema che la filosofa aveva già affrontato nel romanzo Qualcosa che brilla (Rizzoli), e che nel nuovo saggio viene approfondito: "Noi adulti facciamo fatica a nominare le emozioni negative che loro attraversano. Quello che non nominiamo finisce con lo sfociare in una serie di sintomi e allora è il corpo che parla". Per Marzano, anche il modo in cui gli adulti cercano di intervenire può diventare parte del problema. "Le etichette, come anoressia o hikikomori, non aiutano perché incastrano e deresponsabilizzano i giovani che hanno sofferenze. Non possiamo pretendere che si guarisca dalla vita". Il compito dell’adulto non è quindi eliminare il sintomo o trovare immediatamente una soluzione, ma riuscire a stare nella relazione anche quando non si hanno risposte. "Siamo diventati adulti dicendo: “A me puoi dire tutto”. Ma di fronte a tante cose no. Riusciamo ad ascoltare davvero? Non abbiamo tempo, non c’è la capacità di farlo". E ascoltare, ha sottolineato Marzano, significa anche imparare a riconoscere ciò che non viene detto: "Essere in contatto con il proprio silenzio e con il silenzio altrui. Ascoltare vuol dire ascoltare i silenzi, perché il linguaggio non è solo quello verbale".
La riflessione si è poi spostata sul ruolo degli adulti come figure di riferimento. Richiamando Erik Erikson e il suo lavoro sull’identità adolescenziale, Marzano ha ricordato come i giovani abbiano bisogno di adulti con cui potersi identificare, ma anche confrontare e contrapporre. "Noi non siamo più figure di riferimento in cui identificarsi e contrapporsi perché noi non siamo credibili". Anche la felicità, tema della 15esima edizione di EDUCA, è stata riletta a partire dalla relazione. "La felicità è essere 'con': nell’essere assieme c’è l’essenza della felicità. L’opposto della felicità è la solitudine".
Nel corso dell’incontro è emersa anche la necessitò di guardare ai ragazzi oltre la sofferenza, riconoscendo insieme alle fragilità i desideri, le possibilità e le risorse che accompagnano la crescita. È in questa prospettiva che il titolo del romanzo diventa particolarmente significativo: "I ragazzi e le ragazze brillano e, paradossalmente, lo fanno anche nei sintomi. Hanno diritto di attraversare momenti estremamente dolorosi, ma noi dobbiamo esserci, gestendo la nostra impotenza. Se noi ci siamo, loro brillano".
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