“Il titolo è indubbiamente provocatorio”. Con questa premessa Sergio Nava, vicecaposervizio di Radio 24, apre il panel “La maledizione del petrolio” chiamando i tre economisti ed esperti di energia coinvolti a interrogarsi su una domanda cruciale: il petrolio è davvero una maledizione oppure è semplicemente un elemento imprescindibile per la stabilità economica e geopolitica mondiale, nonostante le profonde criticità che porta con sé?
Ad affrontare per primo il tema è Alberto Clò, direttore responsabile della rivista ENERGIA ed ex Ministro dell’Industria, che fornisce tre ragioni per cui il petrolio è al tempo stesso una fonte di vulnerabilità globale e una risorsa ancora difficilmente sostituibile.
La prima ragione riguarda il suo peso nei consumi energetici mondiali: la crescita della domanda globale di energia negli ultimi decenni è stata esponenziale, eppure il petrolio ha continuato e continua a rappresentare la voce nettamente dominante tra le fonti di energia sfruttate. Clò invita inoltre a guardare oltre l’Occidente, ricordando come oltre un miliardo di persone nel mondo non abbia ancora accesso a livelli energetici sufficienti per una vita dignitosa, elemento che preme sull’aumento dei consumi.
La seconda ragione è geopolitica: ogni crisi internazionale impatta immediatamente sul mercato energetico e viceversa. Lo Stretto di Hormuz ne è l’emblema, perché una sua eventuale chiusura sottrarrebbe al mercato globale una quota enorme di petrolio, con conseguenze senza precedenti dal dopoguerra.
La terza ragione è che la sostituzione delle fonti fossili è un’illusione: secondo Clò, le rinnovabili non potranno mai rimpiazzare petrolio e carbone, ma semmai continuare ad aggiungersi a essi. Le transizioni energetiche della storia, osserva, non hanno mai eliminato completamente le fonti precedenti.
Su questa linea si inserisce la riflessione di Valeria Termini, professoressa economista dell’Università Roma Tre, che propone una lettura dell’“oro nero” fatta di “luci e ombre”.
Da un lato, si registrano le tensioni finanziarie, le speculazioni e i conflitti che ruotano attorno all’energia; dall’altro emerge la capacità dell’umanità di trasformare ogni rivoluzione energetica in un motore di sviluppo. Le grandi rivoluzioni energetiche - dal vapore al trasporto automobilistico e aereo - hanno infatti trasformato il mondo, contribuendo in modo decisivo alla crescita economica di intere aree del pianeta. La crescita del PIL cinese, trainata anche dalle dinamiche della transizione energetica, ne è uno degli esempi più evidenti.
Arrigo Sadun esordisce invitando a diffidare dei luoghi comuni evocati dal titolo stesso del panel: il presidente di TLSG International Advisors ed ex Executive Director del Fondo Monetario Internazionale sottolinea che il petrolio è stato uno dei pilastri fondamentali della civiltà economica contemporanea e ha prodotto benefici enormi per la comunità internazionale.
I problemi nascono semmai dalla gestione politica delle risorse energetiche e dalle scelte strategiche compiute dagli Stati.
Il confronto si concentra quindi sulle conseguenze della crisi mediorientale e sulle tensioni legate allo Stretto di Hormuz. Clò sottolinea come gli effetti economici siano già evidenti, pur risultando meno devastanti rispetto alle grandi crisi petrolifere del Novecento. Anche qualora la crisi si risolvesse rapidamente, servirà tempo per ripristinare infrastrutture energetiche e catene logistiche compromesse.
Sul fronte internazionale, Sadun propone un’analisi per scenari. Le stime del Fondo Monetario Internazionale indicano che una crisi energetica prolungata potrebbe sottrarre fino a un punto e mezzo percentuale alla crescita globale. Gli Stati Uniti risultano più protetti grazie al ruolo di esportatori energetici, mentre l’Europa resta più vulnerabile per le proprie dipendenze strategiche e per le scelte compiute negli ultimi anni. Nonostante ciò, Sadun intravede nella crisi anche un’occasione per rafforzare l’integrazione europea.
Termini conferma la visione cautamente ottimistica del collega e aggiunge che l’Italia occupa in questi nuovi equilibri una posizione ambivalente: vulnerabile sul piano delle importazioni energetiche, ma al tempo stesso potenziale hub mediterraneo per il transito di gas e petrolio.
“L’energia è potere”, aggiunge Clò, ricordando come influenzi sovranità ed equilibri globali. La limitata capacità di produzione energetica in Italia e in Europa rappresenta, secondo l’ex ministro, un fattore critico, motivo per cui la prospettiva più solida resta una cooperazione europea, oggi ancora incompleta.
Centrale, in questo quadro, anche il rapporto tra politica, imprese e innovazione: se da un lato, infatti, vediamo una politica spesso in ritardo rispetto alle dinamiche energetiche globali, dall’altro riconosciamo il ruolo decisivo delle imprese e della loro notevole capacità di adattarsi e innovare.




