Lo scenario di un blocco dello Stretto di Hormuz e le sue conseguenze sui mercati energetici internazionali aprono il confronto nel panel “La sete di energia dell’Asia”, ospitato a Palazzo Sardagna e moderato da Pietro Saccò, vice caporedattore di Avvenire. Uno scenario, questo, definito “uno shock storico” che secondo gli esperti riporta alla memoria le grandi crisi energetiche degli anni Settanta, ma in un contesto globale profondamente diverso. Non solo: rispetto agli anni Settanta, inoltre, le percezioni della crisi da parte dei mercati o dell’opinione pubblica risultano oggi tra loro eterogenee.
Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia, distingue la percezione pubblica - che interpreta l’attuale fase come altamente instabile e prossima a possibili shock energetici paragonabili a quelli degli anni ’70 - dai mercati che “scommettono” su una crisi temporanea.
Nonostante le tensioni geopolitiche e gli avvertimenti lanciati da diverse istituzioni internazionali, infatti, i prezzi dell’energia non hanno registrato impennate neanche lontanamente paragonabili a quelle del passato. Secondo Tabarelli, questa dinamica riflette l’aspettativa dei mercati di fronte a una fase considerata non strutturale, nella quale le economie asiatiche sono in grado di assorbire gli effetti delle tensioni in corso.
Dietro questa apparente tenuta emerge però una realtà più complessa. In diversi Paesi asiatici si registrano già razionamenti, difficoltà di approvvigionamento e forti pressioni sulla domanda energetica, alimentata da una crescita economica ancora molto sostenuta.
Matteo Di Castelnuovo, della SDA Bocconi School of Management, evidenzia come l’Asia presenti situazioni profondamente differenti, accomunate però dalla necessità di sostenere sviluppo industriale, urbanizzazione e crescita demografica attraverso un continuo aumento dei consumi energetici.
I casi più emblematici sono rappresentati da Cina e India. Pechino sta accelerando sul fronte delle energie rinnovabili, pur continuando a fare largo ricorso al carbone per sostenere la propria crescita economica; una dinamica che si ritrova, con caratteristiche analoghe, anche in India, dove l’espansione dei consumi energetici resta fortemente legata alle fonti fossili.
Si tratta di un quadro che non può essere letto con gli stessi parametri interpretativi applicati all’Europa, che ha un’economia che Di Castelnuovo definisce stagnante; nelle economie in rapida crescita, come molte di quelle asiatiche, tutte le fonti disponibili vengono utilizzate in parallelo per garantire sicurezza energetica e stabilità sociale.
Anche Alessandro Marangoni, CEO di Althesys, trova forzato il paragone con le crisi petrolifere ed energetiche del passato: il sistema energetico globale è oggi molto più diversificato. Petrolio, gas e carbone restano centrali, ma sono ormai affiancati da una crescita strutturale delle fonti rinnovabili, verso cui si stanno concentrando investimenti sempre maggiori. Nel solo 2024, ricorda, nel mondo sono stati investiti oltre 800 miliardi di dollari nelle rinnovabili, di cui circa un terzo provenienti dalla Cina.
Il focus sulla Cina prosegue con Tabarelli che richiama il paradosso di un Paese che domina la produzione globale di tecnologie per il fotovoltaico e continua allo stesso tempo a costruire centrali a carbone e a investire nel nucleare.
La Cina, osserva, rimane oggi la principale potenza industriale ed energetica globale e continuerà ancora a lungo a utilizzare fonti fossili tradizionali. D’altra parte, però, ribatte Di Castelnuovo, per la prima volta nel 2025 le rinnovabili hanno superato il carbone nella capacità energetica installata cinese, segnale di una trasformazione già in corso.
Il confronto entra quindi nel rapporto tra transizione energetica e sicurezza degli approvvigionamenti.
Secondo Marangoni, la crisi attuale sta accelerando ulteriormente gli investimenti nelle rinnovabili anche per ragioni strategiche. “Lo Stretto di Hormuz si può chiudere, il sole no”, osserva col sorriso, sottolineando come fotovoltaico ed eolico rappresentino oggi anche strumenti di resilienza geopolitica oltre che ambientale.
Su questo punto emergono però posizioni differenti. Tabarelli invita a mantenere una lettura pragmatica della transizione, ricordando come petrolio, gas e carbone continuino a soddisfare la maggior parte della domanda energetica mondiale e siano destinati a restare centrali ancora a lungo, mentre il passaggio a un sistema pienamente elettrificato richiederà tempi estesi e un consolidamento tecnologico non immediato.
In questo quadro, Di Castelnuovo evidenzia come l’elettrificazione rappresenti già oggi una leva strategica dei sistemi energetici, capace di ridurre la dipendenza diretta dalle importazioni di fonti fossili e di rafforzare la sicurezza energetica delle economie.
Ampio spazio viene infine dedicato anche al caso italiano.
Marangoni evidenzia come il nostro Paese abbia accelerato negli ultimi anni sulla produzione da fonti rinnovabili senza però raggiungere ancora gli obiettivi fissati a livello europeo, soprattutto sul fronte dell’eolico. Richiama inoltre il paradosso della Sicilia, che produce energia rinnovabile a costi competitivi ma continua ad avere prezzi elettrici molto elevati a causa delle carenze infrastrutturali e delle difficoltà di trasmissione del prodotto energia verso le aree di consumo.
Verso la conclusione, il panel torna al tema di partenza con una domanda scomoda: la crescente domanda energetica asiatica metterà a rischio la sicurezza degli approvvigionamenti globali?
Dai diversi interventi emerge che non si configura uno scenario di scarsità, dal momento che l’offerta energetica globale è oggi ampia e diversificata come mai in passato, ma piuttosto una ridefinizione degli equilibri tra domanda, rotte e fonti.




