Da un lato gli Stati Uniti d’America dove si investono miliardi nella ricerca dei farmaci innovativi per contrastare l’avanzata della Cina e con la politica trumpiana del MFN Most-Favored-Nation ovvero gli Usa non vogliono pagare i medicinali più di quanto non lo faccia un altro Paese che abbia un’economia confrontabile, (quindi la maggioranza delle nazioni dell’Unione Europea) e dall’altra un'Europa sempre in ritardo, frammentata al suo interno con una burocrazia che rende tutto più lento e poco efficiente e che potrebbe portare aziende farmaceutiche europee a trasferirsi. E’ quello che è emerso dalle parole di Sergio Marullo di Condojanni, ceo di Angelini Pharm, e di Robert Giovanni Nisticò, presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco.
Il blocco dello Stretto di Hormuz sta causando non solo rincari dei trasporti ma è a rischio l'approvvigionamento dei precursori petrolchimici usati per i principi attivi. L'Europa che produce farmaci dipende fortemente da Cina e India proprio per i principi attivi e per le materie prime per il confezionamento dei medicinali. E intanto i prezzi dei farmaci salgono.
Per Nisticò l’Europa deve cambiare passo e prevedere politiche a lungo/medio termine per cercare di essere sempre più indipendente nella produzione di farmaci. Nisticò ha invitato anche ad usare meno farmaci, a fare molta più prevenzione, ad attivare un dialogo tra paziente e dottore senza affidarsi completamente all’AI (nel prossimo futuro l’Ai creerà il 60% dei nuovi farmaci innovativi) e ricordando come in Giappone il cittadino non possa assumere più di 5 medicine contemporaneamente. Secondo Marullo il mercato Usa è un punto di riferimento scientifico ed è irrinunciabile, anche se è culturalmente lontano dal nostra sistema sanitario universalistico, in Usa infatti la sanità si basa sulle assicurazioni private personali. Investono miliardi con trials clinici per trovare rimedi a malattie rare con un tasso di fallimento del 90% e con un processo che può durare anche 10 anni.




