Le prime parole di Wesley Sneijder si sono legate all’Ajax: “Quando inizi a giocare a calcio hai un sogno ma ovviamente non sai tutto quello che capiterà dopo. Il primo obiettivo era di entrare nella squadra dell’Ajax e poi quando ci sono riuscito mi sono dato un altro obiettivo e poi un altro ancora e così via. L’Ajax è una squadra e una scuola importante. Con me c’erano Zlatan Ibrahimovic o Chivu. Non immaginavo che avremmo fatto una carriera di questo tipo, ricordo di aver detto a me stesso che dopo 5 anni volevo andare in un grande club e non potevo arrivarci come un signor nessuno”.
Proprio l’attuale allenatore dell’Inter Cristian Chivu è entrato nel suo cuore: “Eravamo compagni di stanza con Chivu, ho imparato anche delle parole in rumeno grazie a lui, ricordo che quando guardavamo dei film sul computer entrava sempre Mourinho e ci dava un cd con i compiti. Chivu è un ragazzo straordinario e lo si vede anche da allenatore, non è stato facile arrivare all’Inter in quel momento e sta facendo davvero bene. Ha una sua opinione sul calcio ed è questo che sta portando al club. Si sente come uno della squadra, si sente ancora un giocatore, condivide tanto con i giocatori, per questo mi piace molto e gli auguri di vivere dei bellissimi momenti con l’Inter per tanti anni ancora”.
Poi il Real Madrid: “Credo che il Real Madrid sia il club migliore al mondo ma c’è molta pressione sulla squadra. Il primo anno ho fatto molto bene, abbiamo vinto il campionato ma non era abbastanza perché siamo usciti in Champions League. Poi ho avuto dei problemi personali, ho divorziato da mia moglie, e non ho fatto una bella seconda stagione. Non ho rimpianti perché da giovane può succedere ma avrei voluto fare meglio. Ma a causa della brutta stagione e del divorzio sono arrivato all’Inter. E’ stato Mourinho a chiamarmi e convincermi che ero il tassello che mancava alla squadra per vincere la Champions. Dopo tre mesi ho capito che potevamo vincere tutto”.
Il ricordo si lega al compagno di squadra Pandev: “Quando lui arrivò a gennaio pensava fosse impossibile vincere perché vedeva uno spogliatoio un po’ libero, ad esempio con Thiago Motta che mangiava la carbonara prima delle partite, non sembravano esserci le condizioni per vincere. Quello che fai fuori dallo stadio non importa se vinci, iniziano a dare giudizi e a dire di non mangiare più la carbonara o il pollo con il formaggio sopra solo se inizi a perdere. Per noi era importante essere così, era il nostro carburante”.
Una Inter che aveva la sua forza nello spogliatoio ha ricordato il centrocampista orange: “Eravamo una squadra molto unita, andavamo fuori a cena insieme una volta al mese, molti si fermavano alla Pinetina dopo gli allenamenti o dopo le partite per bere qualcosa insieme. Zanetti era già una leggenda per me prima che arrivassi all’Inter ma quando iniziammo a giocare insieme lo divenne ancora di più: era il primo ad arrivare, l’ultimo ad andar via, un vero capitano”. Poi la finalissima con il Bayer Monaco che mandò in estasi il popolo neroazzurro: “Non pensavo se la finale sarebbe stata l’ultima partita di Mourinho con noi. Pensavo solo a vincere, eravamo convinti di noi stessi, sapevamo che sarebbe stata la nostra serata. E così è stato”. Per poi aggiungere: “Dopo il Triplete segnai cinque goal al mondiale e l’Olanda andò a tanto così dal vincerlo. Fu il dito di Casillas a non far vincere l’Olanda. Nel calcio è così, puoi vincere o perdere” e chiudere con un laconico: “Non mi interessa del Pallone d’oro, mi interessa aver vinto la Champions con l’Inter”.




