Un lungo firmacopie a chiudere l’evento. Tante le persone che hanno approfittato per farsi autografare la copia di un libro che “è un parallelo tra la F1 di allora e quella di oggi – ha raccontato Riccardo Patrese – un’occasione per raccontare, senza la necessità di vestire gli abiti del censore, uno sport che ha vissuto una grande rivoluzione. Da una Formula1 F1 basica, senza nemmeno la radio in macchina, ad una dominata dall’elettronica. Ma non credo ci sia una versione migliore o peggiore. Solo differenze.”
Da Patrese bambino fino alla fine della carriera, vicecampione nel 1992 dietro al compagno nel 1992 dietro a Nigel Mansell, compagno di scuderia Williams. Lorenzo Baroni ha condotto pilota e platea lungo un itinerario di ricordi e aneddoti. Dalle esperienze sul kart allo sci, anche in Trentino al Trofeo Topolino “con mio padre che mi ha sempre accompagnato e invitato a praticare sport, senza mai risparmiarmi critiche. E ora, io padre di Lorenzo, utilizzo con lui lo stesso metodo. Finora ha funzionato, probabilmente anche per il suo carattere simile al mio. Io che vivo bene il suo impegno nel motorsport, anche perché non mi potevo opporre.”
Il ruolo di genitore di un pilota che non è certo facile. “Ho pensato spesso ai miei genitori. Deve essere stata una pena per loro. Mentre io ero fatalista e a quello che poteva succedermi non pensavo mai.” Nel 1982 la prima vittoria di Patrese è arrivata a Montecarlo, proprio nella gara successiva alla tragedia di Gilles Villeneuve. “Non ci si pensava. In quegli anni, purtroppo, le tragedie in pista erano più frequenti. Il ricambio generazionale avveniva anche in conseguenza della morte di altri piloti. Anch’io sono arrivato in F1 dopo la morte di un collega, in sua sostituzione.” A casa, però, non deve essere stato facile. Un ruolo, quello della famiglia, centrale oggi come e più di ieri “soprattutto per il budget necessario. E si parla di costi proibitivi. Cifre a cui è davvero difficile poter arrivare. Senza contare che oggi ci sono meno posti a disposizione. E anche quelli che arrivano in Formula1 hanno poche possibilità di arrivare nei top team.” Tutta in salita, insomma.
Due i temi emersi durante il talk: la difficoltà di passare alle categorie superiori e l’aspetto dei test, che si dice aiutino a compensare il talento. “Il talento, quello puro, viene fuori oltre ai test. Lo riconosci dall’istintività. Magari facendo provare un pilota in un circuito sconosciuto, è lì che viene fuori quel qualcosa in più degli altri.” O meno. “Io di talenti veri ne ho visti correre due, Ayrton Senna e Michael Schumacher. Due piloti diversi ma entrambi capaci di isolarsi, concentrarsi su quello che stavano facendo, lasciando ogni pensiero fuori. E chi più ti ha impressionato, oltre a loro? Direi Max Verstappen, capace di vincere con una macchina di livello inferiore è un cattivo cliente, non molla mai l’osso. E non si lega, non si morde la lingua. Uno come i piloti di una volta.” Quando anche il rapporto con i giornalisti era diverso.
Si è parlato anche di Ferrari, naturalmente. “Oggi c’è meno attaccamento al mito. Pensiamo che molti giovani non hanno mai visto il Cavallino vincere. E quando vedono un pilota italiano (leggi Kimi Antonelli su Mercedes) vincere, posso capire che esultino. È giusto e a bene così. Se arriverà il titolo saremo tutti contenti.” Ricordiamoci però che Patrese è stato vicecampione del mondo “ma vicecampione non è Campione del Mondo.” Sorride, però.




