Venerdì, 02 Ottobre 2026 - 16:19 Comunicato 2880

Passione e umiltà, ecco la ricetta di Fabio Capello

“Un giorno, uscendo da scuola, ho trovato mi padre, maestro elementare. Mi ha detto: ‘Se vuoi provare a fare il calciatore fai pure, ma dovrai scriverci due lettere ogni settimana’. Poi in stazione, poco prima della mia partenza, mi ha abbracciato e mi ha detto ‘provaci’. Per me è stata una svolta mentale: da lì in poi la mia vita è stata all’insegna di quel ‘provaci’.” Fabio Capello studiava da geometra in un paesino friulano dove, ha spiegato, l’unica cosa che si faceva era giocare a calcio. Da quel paese, ha raccontato Capello, sono usciti quattro giocatori della Nazionale.
Con Gianni Valenti, vicedirettore vicario della Gazzetta e direttore scientifico del Festival dello Sport di Trento, Capello ha ripercorso una carriera sfolgorante: fra gli altri risultati, da giocatore quattro scudetti e l’esperienza in Nazionale, da allenatore cinque scudetti e una Coppa dei Campioni; e poi, sempre da allenatore, le esperienze in Spagna, Inghilterra, Russia e Cina.
A lungo l’hanno chiamato “il geometra” perché, ha spiegato Capello, “facevo le cose con geometria, equilibrio.”
80 anni di calcio Nella foto: Fabio Capello. [ foto Nicola Eccher - Archivio Ufficio Stampa PAT]

Tanti i ricordi e gli aneddoti portati al Festival, fra i quali i modelli che hanno ispirato Capello: Herrera, Liedholm e Fabbri. Ma fra i ricordi di Capello, il più commosso è stato per Franco Baresi: “Molto umile e molto bravo. Resta nella memoria come giocatore, ma rimane soprattutto l’autenticità di un uomo che dava tutto in campo ed era generoso anche fuori. Era una scintilla; quando la squadra si addormentava, lui svegliava squadra e pubblico.” E poi un episodio che brucia ancora: la finale a Belgrado con l’Ajax. “Ho visto Cruijff gettare la Coppa in modo sprezzante nel corridoio del pullman; ci ho sofferto molto.”
E il calcio di oggi? “Bisognerebbe insegnare la tecnica e invece si punta sulla tattica, perché è più facile, ma ai giovani bisogna far vedere il gesto atletico. Io ho avuto la fortuna di correggere tecnicamente Ibrahimović, Van Basten e Seedorf. Oggi il calcio è più veloce ma tecnicamente siamo indietro.”
Impossibile non parlare del Milan, dove Capello ha messo la stella sulla maglia rossonera: “Berlusconi mi ha dato tutto, ma non si è mai intromesso nelle scelte tecniche. Certo, quando si vince è tutto più facile…”
E la Nazionale? “Non sappiamo più difendere”, ha spiegato Capello. “Si cura poco la fase difensiva. Non ho ancora visto in questa Nazionale la rabbia di recuperare palla. Amo la Nazionale in maniera pazzesca; anche a casa mi alzo in piedi per l’inno ma non rimpiango di non averla allenata.” E il futuro del calcio italiano? “Gli allenatori hanno poco coraggio nel fare giocare i giovani, che andrebbero testati per valutarli. I ragazzi devono poter fare vedere le loro qualità e invece si danno maggiori possibilità agli stranieri. Sul piano del gioco si punta sul possesso di palla e si scoraggiano i giocatori dall’osare, dal verticalizzare. Vorrei vedere il calcio italiano tornare quello che era e che ci rendeva orgogliosi. Oggi non ho tanta fiducia, non c’è l’umiltà di capire dove andare tutti assieme.”
Infine, a incontro formalmente chiuso, Capello ha ripreso a parlare perché, ha spiegato, “Questo lo devo proprio dire: lasciate che i giovani si divertano giocando a calcio. Ho allenato i settori giovanili per cinque anni. A inizio anno calcistico riunivo i genitori e dicevo: non voglio sentirvi urlare contro arbitro, avversari o altri. Se succede, vostro figlio non gioca.”

(ac)


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