“Vorrei comunicare a tutti che la perfezione non esiste” ha esordito Trapanese, invitando il pubblico numeroso e attento accorso in piazza Fiera per conoscerlo a riflettere sul concetto di “normalità”.
“Siamo esseri imperfetti – ha continuato – anche nelle relazioni, in famiglia”.
E proprio a proposito di modelli di famiglia “non ne esiste uno solo, ma tanti. Dobbiamo riconoscerli, o creiamo discriminazione, isolamento. Io e Alba siamo famiglia. Con la sua adozione, ho potuto vivere la mia genitorialità in una società che non la riconosce”.
“In Italia, la legge sulle adozioni, seppur con piccole variazioni, è ferma dal 1983. Ciò significa essere rimasti indietro, non rispettare il cambiamento che – nel frattempo – ha vissuto la società”.
Un rallentamento rispetto agli altri Paesi europei che fa riflettere, soprattutto perché “le adozioni sono in calo pazzesco. Se nel 2000 le richieste erano circa tredicimila, nel 2021 sono state appena la metà”.
Il dialogo si è poi spostato sul tema dei social “che possono diventare un’arma positiva, perché mi aiutano a far conoscere la disabilità, a sdoganare temi importanti partendo dalla quotidianità di questa famiglia strana che siamo io e Alba”.
E sull’importanza di cambiare il linguaggio, abbandonando le espressioni non rispettose della diversità, ma anche di intervenire nella sostanza, partendo dalla semplificazione della burocrazia che pesa su tante famiglie che vivono la disabilità. Un invito, infine, a lavorare tutti insieme perché “le persone con disabilità non devono realizzarsi “Dopo di noi”, ma durante tutta la vita, che deve contemplare anche il diritto all’inserimento lavorativo”. Perché “la disabilità è nella società, non qualcosa da trattare a parte”.
Non sono mancate le domande dal pubblico, i momenti di commozione e le riflessioni accorate. E l'ultimo augurio è per chi sta intraprendendo o vorrebbe intraprendere il percorso dell’affidamento o della adozione. “Bisogna resistere e crederci molto. A chi vuole iniziare questo cammino dico: è al tempo stesso faticoso e meraviglioso. I figli sono della comunità, non nostri, per questo motivo diventare genitori adottivi o affidatari significa a tutti gli effetti diventare genitori ed è un gesto di grande responsabilità e amore”.




