Sabato, 03 Ottobre 2026 - 22:14 Comunicato 2932

Miralem Pjanić e tutta l’eleganza del pallone

Con la Juventus e con la Roma Miralem Pjanić ha scritto pagine importanti del calcio italiano. Al fuoriclasse bosniaco il Festival dello Sport di Trento ha dedicato l’appuntamento di questa sera al Teatro Sociale. Fin dal titolo scelto “il pianista” si comprendono le qualità di questo giocatore che viene ricordato per essere stato un regista di centrocampo con una grande visione di gioco per il suo tocco-palla e per la qualità delle sue punizioni. Miralem Pjanić intervistato da Fabiana Della Valle e Antonino Morici ha raccontato alcuni momenti salienti della sua vita e del suo percorso di calciatore. Un’infanzia la sua segnata dalla guerra nella ex Jugoslavia quando la sua famiglia fu costretta a lasciare la Bosnia per trasferirsi in Lussemburgo dove iniziò a giocare a calcio. La sua avventura in Italia iniziò nel 2011 con la maglia della Roma dove si impose fra i centrocampisti più ispirati della serie A. Poi il passaggio alla Juventus nel 2016 e proprio con la maglia bianconera conquista ben quattro scudetti consecutivi.
Il pianista Nella foto: Miralem Pjanić [ Alessandro Holneider - Archivio Ufficio Stampa PAT]

Fabiana Della Valle ha introdotto Miralem Pjanić come un calciatore invincibile sulle punizioni, che parla sette lingue e che ha giocato in sei campionati e che lasciando l’attività agonistica ha detto “Il calcio è stata la mia musica, il campo il mio pianoforte”. 
Pjanić guardando le foto di lui da piccolo ha ricordato la sua terra, la Bosnia: “Da lì siamo scappati a causa della guerra per andare in Lussemburgo che è come una seconda casa per noi perché ci ha dato l’opportunità di rifarci una vita, papà sui cantieri e mamma come donna delle pulizie. Dopo il lavoro mio papà andava a giocare a calcio per guadagnare qualcosa in più ma non era un calcio professionista. Mi portava con lui, lo guardavo, lo seguivo e lo spogliatoio e la palla erano la mia vita. Il pallone era il mio unico giocattolo”.
Il fuoriclasse bosniaco sottolinea come: “Nessuno di noi pensava che potessi fare questa carriera, sono partito dal niente e sono riuscito a realizzare i miei sogni nelle squadre e negli stadi più grandi del mondo. Se ce l’ho fatta io partendo dal niente ce la possono fare tutti ma senza i sogni e senza il lavoro non avrei potuto farcela. Spero di avere reso orgogliosi i miei genitori, il mio paese e i miei tifosi”. 
Le punizioni sono sempre state la sua specialità: “Per calciare la punizione perfetta ci vuole allenamento, solo la ripetizione ti fa perfezionare il tiro. Ognuno ha la sua preparazione per il calcio piazzato, nessuno è uguale. In allenamento hai tante possibilità, in partita una sola e spesso puoi sbloccare il punteggio. Ho capito quanto siano importanti i calci piazzati guardando Juninho al Lione perché tra corner ben tirati e punizioni ha spesso sbloccato la partita. Pirlo e Mihajlovic sono stati i più bravi secondo me a tirare punizioni in serie A. Oggi non se ne vedono tante perchè la barriera e i portieri si preparano meglio ma Dybala a mio parere è chi le calcia meglio ora”. 
A Lione Pjanić era soprannominato il piccolo Mozart, mentre a Roma Totti lo chiamava il piccolo principe. “Ho passato 5 anni con “Checco”, è stato un sogno poter giocare con lui anche se alla fine della sua carriera. Quando mi ha dato quel soprannome significava tanto, lui a Roma era davvero una figura speciale”. 
La prima squadra italiana di Miralem Pjanić è stata la Roma, una squadra che gli è rimasta nel cuore: “Credo che la Roma possa avere ambizioni di scudetto, sono belli da vedere, è un piacere guardarli, ho visto tutte le loro partite. Sono fisicamente forti, messi bene in campo, se Dybala non ha problemi fisici possono davvero riportare lo scudetto a Roma dopo tanti anni e per come stanno giocando è la squadra che merita di più”. 
In 5 anni dal 2016 Pjanić ha vinto tanto con la Juve tranne la finale di Cardiff di Champions: “La Juve dominava le sue partite, abbiamo stra-meritato di essere in finale, abbiamo trovato una squadra con più esperienza nel gestire i momenti chiave. Il risultato di 4-1 non riflette l’andamento della partita, è stato un grande dispiacere perdere la finale, ci credevamo molto, ci sentivamo forti. Hanno meritato di vincere, fa parte dello sport ma mi spiace, è un sogno che non sono riuscito a realizzare. Allegri è stato molto importante per me, ha dato compattezza a tutta la squadra. Vincere non è mai facile, in quegli anni lo sembrava e lui aveva gran parte del merito, era l’architetto di tutto. Max mi ha fatto diventare un altro calciatore, più serio e quadrato sul campo. Oggi siamo amici, gli voglio davvero bene e gli auguro il meglio per la sua carriera”.

(fds)


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