Venerdì, 22 Maggio 2026 - 11:53 Comunicato 1461

Medio Oriente: rafforzare governi e istituzioni per uscire dalla crisi

Dal conflitto israelo-palestinese alla fragilità del Libano, passando per il ruolo dell’Iran, le tensioni nel Golfo e la paralisi della diplomazia internazionale: il panel “Medio Oriente in fiamme”, moderato dal presidente del Comitato Scientifico ISPI Paolo Magri, ha analizzato le principali linee di crisi che attraversano oggi la regione.
Le differenti aree di specializzazione dei relatori Pejman Abdolmohammadi, Valeria Talbot e Ugo Tramballi hanno restituito al pubblico un quadro ampio e completo sugli equilibri geopolitici, sui conflitti regionali e sulle prospettive di stabilizzazione dell’area. Sullo sfondo, la convinzione condivisa che il Medio Oriente stia entrando in una nuova fase storica, ancora priva però di un vero equilibrio politico e di una prospettiva di sicurezza collettiva.
Medio Oriente in fiamme Nella foto: Valeria Talbot; Ugo Tramballi; Pejman Abdolmohammadi [ Daniele Paternoster - Archivio Ufficio Stampa PAT]

“C’era una volta un Medio Oriente che cercava la pace”. Paolo Magri, presidente del Comitato Scientifico di ISPI, apre il panel con una metafora che richiama la stagione delle speranze di stabilizzazione successive agli anni ’90 e al processo di pace israelo-palestinese, oggi contrapposta a una fase segnata da conflitti diffusi.
Il quadro delineato è quello di uno scenario in continua escalation: Gaza devastata dalla guerra, il Libano nuovamente coinvolto nel conflitto, l’Iran sotto pressione militare e diplomatica, il Golfo attraversato da crescenti tensioni strategiche. A segnare il punto di rottura, ricorda Magri, è stato il 7 ottobre con l’attacco di Hamas contro Israele, evento che ha accelerato una crisi già profonda e ridisegnato gli equilibri dell’intera area.

Forte di una lunga esperienza vissuta a Gerusalemme, Ugo Tramballi, giornalista e inviato de Il Sole 24 Ore, offre una lettura diretta delle trasformazioni che attraversano Israele e l’intera regione mediorientale.
Il Paese, osserva Tramballi, ha consolidato negli anni una posizione di predominio militare e tecnologico, assumendo sempre più il ruolo di potenza egemone regionale. Una dinamica che però alimenta nuove fratture, anziché risolvere quelle esistenti.
Dal 1948 in avanti, aggiunge, ogni conflitto israelo-palestinese ha finito per preparare quello successivo, senza affrontare realmente il nodo politico centrale della questione: un tema che continua a rappresentare una frattura profonda all’interno della società israeliana, dove il dibattito pubblico e politico tende sempre più ad accantonare il confronto sul futuro dei territori palestinesi.

Sul fronte iraniano, Pejman Abdolmohammadi, docente dell’Università di Trento, concentra l’attenzione sulle dinamiche politiche interne alla Repubblica Islamica e sulle possibili evoluzioni del regime.
Il regime di Teheran, spiega, viene percepito da una parte crescente della popolazione come un potere repressivo ormai distante dalla società civile. Abdolmohammadi richiama le violenze contro i manifestanti e la dura repressione interna, sottolineando come una parte della popolazione iraniana guardi con speranza a un possibile indebolimento del regime.
Tra le ipotesi emerse nel dibattito, anche quella di un cambio di leadership a Teheran (a capo del Paese c’è attualmente la Guida Suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, ndr), evocato in modi diversi sia da attori internazionali come Stati Uniti e Israele, sia da settori dell’opposizione interna ed esterna.
In questo quadro si inserisce la figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià Mohammad Reza Pahlavi, indicato da alcuni come possibile riferimento di una transizione politica.
Allo stesso tempo, emerge una contraddizione profonda: un eventuale indebolimento del regime può essere visto da parte della popolazione come un’opportunità di cambiamento, ma quando il conflitto coinvolge la nazione nel suo insieme prevale comunque un forte sentimento nazionalista.

Il dibattito si sposta poi sulla situazione di Gaza e sulle difficoltà della diplomazia internazionale. Valeria Talbot, responsabile dell’Osservatorio Medio Oriente e Nord Africa di ISPI, evidenzia come il cessate il fuoco rimanga estremamente fragile e incapace di interrompere realmente le violenze. Nonostante alcuni passi avanti, come la liberazione di ostaggi israeliani, gli aiuti umanitari continuano ad arrivare in modo insufficiente mentre la popolazione civile vive in condizioni sanitarie sempre più drammatiche.
Talbot richiama poi il progetto internazionale di ricostruzione sostenuto dagli Stati Uniti, che punta a rilanciare infrastrutture e governance palestinese ma che, almeno finora, non sembra aver prodotto risultati concreti né affrontato il nodo politico del riconoscimento di uno Stato palestinese.

Un altro passaggio centrale del confronto riguarda il ruolo delle organizzazioni internazionali e i limiti della governance globale. Più volte i relatori sottolineano come le Nazioni Unite appaiano oggi prive degli strumenti necessari per intervenire efficacemente nei conflitti regionali, soprattutto quando manca un accordo tra le grandi potenze internazionali. Secondo Abdolmohammadi, la crisi mediorientale evidenzia anche il progressivo indebolimento del sistema multilaterale costruito nel secondo dopoguerra, incapace di prevenire escalation militari e di garantire processi di stabilizzazione duraturi.

Nel confronto emerge poi il tema degli equilibri energetici e delle nuove rotte strategiche. Le tensioni nello Stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture regionali stanno spingendo molti Paesi del Golfo a investire in corridoi alternativi per il trasporto energetico, nel tentativo di ridurre la dipendenza dai punti più vulnerabili della regione.
Paolo Magri rivolge quindi a Valeria Talbot la domanda attesa sul futuro della sicurezza energetica in Europa e in Italia: qual è la strada più efficace, il rafforzamento dell’indipendenza energetica attraverso la transizione oppure lo sviluppo di nuove rotte e infrastrutture alternative per gli approvvigionamenti?
Talbot evidenzia come la direzione non sia alternativa ma combinata, sottolineando la necessità di aumentare la resilienza energetica attraverso la diversificazione dei corridoi e delle fonti. Richiama in particolare le iniziative già avviate nella regione: gli Emirati Arabi Uniti stanno lavorando a soluzioni per il trasporto del petrolio che evitino lo Stretto di Hormuz, mentre l’Arabia Saudita punta a corridoi verso il Mar Rosso e il Mediterraneo. Anche Turchia e Iraq hanno riattivato progetti infrastrutturali strategici, tra cui oleodotti e corridoi energetici rimasti a lungo inattivi o in fase di sviluppo, con l’obiettivo di rafforzare le connessioni tra Golfo, Mediterraneo ed Europa.

Ampio spazio viene dedicato anche alla situazione del Libano e al ruolo dei gruppi armati nella regione. Hezbollah, ricorda Magri, continua da decenni a rappresentare una forza più potente dello stesso Stato libanese, rendendo estremamente fragile qualsiasi prospettiva di stabilizzazione. Abdolmohammadi definisce il gruppo un sistema paramilitare che esercita controllo politico e sociale attraverso la forza, mentre Talbot sottolinea come la soluzione non possa essere esclusivamente militare. L’esperienza di altri contesti internazionali dimostra infatti che il disarmo delle milizie richiede soprattutto il rafforzamento delle istituzioni statali e della rappresentanza politica, un principio che, secondo i relatori, può essere esteso più in generale alle dinamiche di sicurezza dell’intera regione mediorientale.

In questa prospettiva si inserisce la riflessione conclusiva del panel sulla difficoltà di immaginare oggi un nuovo sistema di sicurezza regionale. Ugo Tramballi richiama il precedente storico degli accordi di Helsinki durante la Guerra Fredda, quando potenze contrapposte riuscirono comunque a costruire un equilibrio minimo di convivenza. Oggi, però, secondo i relatori, il Medio Oriente appare attraversato da fratture politiche, religiose e strategiche molto più profonde, che rendono difficile immaginare un percorso analogo nel breve periodo. Rimane tuttavia aperta la necessità di ricostruire spazi di dialogo politico e cooperazione internazionale, in una regione che continua a rappresentare uno dei principali epicentri delle tensioni globali.

(ss)


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