Sabato, 05 Giugno 2021 - 12:39 Comunicato 1414

Franco Debenedetti e il dibattito sul ruolo positivo del pubblico. Bentivogli: “Lavoro, l’insicurezza costa molto di più”
“L’innovazione nasce dagli insuccessi, lo Stato cambi approccio”

“L’innovazione viene dal saper approfittare dei propri insuccessi” e in questo è “radicalmente in conflitto con lo Stato, che per definizione non può sbagliare”. Dunque, il ruolo dell’istituzione è lasciare che le aziende, a cui la società assegna il compito di produrre ricchezza, si orientino ai valori etici venendo premiate dai consumatori. E se c’è una sfera in cui proprio lo Stato può essere “suscitatore” dell’innovazione, quello è la pubblica amministrazione. “Segnali positivi in Italia in questo senso ce ne sono”, afferma Franco Debenedetti, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, al Festival dell’Economia di Trento per presentare il suo libro, “Fare profitti. Etica dell’impresa” edito da Marsilio. “Il profitto non è in contraddizione con la cultura dell’innovazione e della sicurezza sul lavoro” aggiunge Marco Bentivogli, nel dialogo a Palazzo Geremia a cui partecipano Chiara Mio, docente all’ateneo Ca’ Foscari di Venezia, e la giornalista Tonia Mastrobuoni. “In America non hanno testi unici, tremila regole come in Italia, ma un pensiero: l’insicurezza costa molto di più, ed è così”.

Ad aprire gli interventi è l’ex sindacalista Cisl che definisce il volume di Benedetti, già dirigente della Olivetti e senatore, “un contributo utile, controcorrente in Italia dove se dici che un’azienda deve essere in utile dici una bestemmia”. “Un’impresa che innova è più sicura, ha macchinari migliori, dà garanzie. Il nostro Stato non ha mai avuto un ruolo di facilitatore rispetto a tutto questo, oggi pensiamo all’Ilva ma il più grande inquinamento fu dell’Italsider, interamente pubblica. Invece, serve uno Stato con gli occhi aperti sulle traiettorie sviluppo, che abbia un ruolo di piattaforma territoriale, anche nel digitale, e non di sostituzione alle imprese. Occorre però rivoluzionare la pubblica amministrazione”.

Dalla mancanza in Italia di una vera rendicontazione sui soldi pubblici nelle imprese (“Al contrario degli Stati Uniti, ricorda Bentivogli), si passa a Milton Friedman, tra i massimi esponenti della Scuola di Chicago e del neoliberismo. Un riferimento, per il libro di Debenedetti, in antitesi con la “voglia” di Stato affermatasi con la pandemia. “L’anno scorso - risponde l’autore - correva il 50/esimo anniversario della pubblicazione del suo articolo in cui diceva che la responsabilità sociale dell’impresa è una: fare profitto. È infatti alle società per azioni che la nostra società in generale assegna il compito di produrre ricchezza”. 

Il profitto, prosegue l’autore, è una metrica”: “Io misuro un’azienda sul risultato, sul valore a lungo termine. È un sistema estremamente efficiente”. “Il problema di democrazia riguarda semmai il come le aziende vengono finanziate. Prima della guerra civile americana, il pastore Wesley diceva: non date i vostri soldi a imprese che praticano lo schiavismo. Oggi è così: i beni reputazionali stanno avendo un’importanza incredibile, orientano le scelte dei consumatori. La gente non compra da un’azienda che non fa attenzione all’impronta carbonica e al clima oppure ai diritti Lgbtq+. L’analisi della reputazione è quindi una modalità per anticipare i rischi”.

Chiara Mio, docente e presidente di Crédit Agricole FriulAdria, collega tra loro competizione, territori e capitale umano. “Il nostro Paese, che non è la Cina e non ha i capitali degli Stati Uniti, come può competere con successo? Sviluppando la capacità di fornire servizi anche nelle province e non solo nelle città, attirando talenti da tutto il mondo e valorizzando i nostri giovani. Bisogna far venire qui i migliori ingegneri, specialisti, ma anche filosofi e antropologi del mondo, mostrando che le aziende italiane sono competitive e che vivere in Italia è bellissimo. I cinesi possono avere una Venezia finta - conclude - ma quella vera ce l’abbiamo noi”.

(sv)


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