In apertura, il richiamo alle parole di Papa Francesco, che nel 2025 scriveva sul Corriere della Sera: “Dobbiamo disarmare le parole per disarmare le menti e per disarmare la terra”. Una frase che è diventata filo conduttore di una conversazione tra voci molteplici ed eterogenee, guidata dal direttore de Il T Quotidiano Simone Casalini e dedicata al modo in cui cronaca, opinione e rappresentazione costruiscono oggi la percezione della realtà.
Subito incisivo l’intervento di Raffaele Crocco, direttore responsabile di Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo, che ha invitato innanzitutto a distinguere tra due termini spesso utilizzati come sinonimi ma profondamente diversi: “guerra” e “conflitto”. Il conflitto, ha osservato, appartiene alla dimensione naturale e risolvibile delle relazioni umane e democratiche; la guerra rappresenta invece il fallimento della possibilità di mediazione. Crocco ha sottolineato come l’uso del termine guerra anche per i conflitti contribuisca a una lettura distorta della realtà e finisca per rappresentare i conflitti come già irrisolvibili. Ha fornito quindi un quadro che parte dai numeri: 32 le guerre e 22 le aree di conflitto nel mondo. A differenza del passato, ha osservato, i conflitti contemporanei assumono un carattere sempre più totalizzante, arrivando a coinvolgere identità, popolazioni civili e risorse naturali.
A rendere lo scenario ancora più complesso è la crisi della fiducia internazionale: “nessuno si fida più di nessuno”, mentre anche organismi come le Nazioni Unite appaiono oggi indeboliti nella loro capacità di mediazione e di iniziativa negoziale. Insistendo sull’importanza del linguaggio, Crocco ha messo in discussione il lessico geopolitico tradizionale, ancora legato a schemi eurocentrici: parlare di “Medio Oriente”, per esempio, significa continuare a leggere il mondo dal punto di vista dell’Europa, riportando ogni realtà a un centro occidentale.
Sul rapporto tra linguaggio e costruzione della realtà è intervenuta anche Barbara Poggio, docente dell’Università di Trento, che ha evidenziato come inserire persone e gruppi in categorie rigide significhi spesso negarne la complessità individuale e finisca per fissarle in ruoli da cui è difficile uscire. Anche la violenza di genere è spesso ridotta nel dibattito pubblico a interpretazioni semplificate da formule come “raptus” o “gelosia”. Parole che finiscono per oscurare le storie individuali e le responsabilità, perché riducono eventi complessi a etichette immediate e semplificate, invece di restituirne la reale articolazione e le diverse dinamiche che li attraversano. Ampio spazio è stato dedicato anche all’impatto dei social network e dell’intelligenza artificiale. Poggio ha spiegato che le piattaforme digitali incentivano reazioni immediate, semplificazione e polarizzazione, alimentando hate speech, radicalizzazione politica e disinformazione. Allo stesso tempo, ha ricordato come questi strumenti non siano neutrali e possano diventare anche luoghi di mobilitazione positiva e partecipazione, se accompagnati da regole condivise e maggiore consapevolezza.
Tra politica, religione e comunicazione, Maddalena Maltese, corrispondente per Radiocor - Il Sole 24Ore dagli Stati Uniti, ha descritto un’America attraversata da forti divisioni sociali e culturali, in cui il modo in cui viene costruita la narrazione pubblica incide direttamente sulla percezione stessa della democrazia. In questo contesto, tensioni identitarie, disuguaglianze economiche e il frequente uso politico della religione non sono fenomeni separati, ma elementi che si intrecciano e contribuiscono a rendere più fragile il tessuto sociale. Allo stesso tempo, si tratta di una società estremamente complessa e plurale, composta da centinaia di comunità diverse, spesso ridotte a rappresentazioni semplificate. “Le parole cambiano la realtà”, ricorda, evidenziando come alcune forme di discriminazione continuino a esistere anche quando vengono eliminate o attenuate nel linguaggio ufficiale.
Sul ruolo del giornalismo come spazio di confronto e responsabilità pubblica si è concentrato l’intervento di Diego Andreatta, direttore di Vita Trentina, che ha ripercorso la storia del periodico nato nel 1926 negli anni delle leggi fascistissime, all’indomani della chiusura del quotidiano di Alcide De Gasperi. Andreatta ha richiamato il primo editoriale del fondatore della testata, Giulio Delugan, costruito attorno all’idea di un giornalismo capace di lavorare “senza influenze, per il bene di tutti”, sottolineando come l’informazione possa favorire una consapevolezza distante da logiche di parte. Nel suo intervento emerge anche il legame storico tra giornalismo cattolico e movimenti per la pace, richiamando esperienze di impegno civile e informazione dal basso che hanno accompagnato diverse stagioni del dibattito pubblico.
Su un piano diverso, ma complementare, si sviluppa la riflessione di Giulio Meazzini, direttore di Città Nuova, che pone l’attenzione sul rischio di un’informazione sempre più guidata da algoritmi, semplificazioni e risposte automatiche. In questo contesto, Meazzini rivendica il valore di un giornalismo costruito sul confronto tra sensibilità differenti e sul radicamento nelle esperienze concrete, con l’obiettivo di offrire ai lettori strumenti per orientarsi nella complessità contemporanea e sottrarre il dibattito pubblico ai soli linguaggi del conflitto.
Emerge chiaramente un tema condiviso da tutti i relatori: la necessità di ricostruire spazi di dialogo e ascolto, di immaginazione collettiva, distanti dal confronto aggressivo e polarizzato. Disarmare il linguaggio, secondo i partecipanti, non significa attenuare il conflitto delle idee, ma restituire complessità alla realtà e riaprire possibilità di confronto democratico.




