Per Daniela Fumarola, Segretaria Generale CISL, crescita dell’occupazione registrata negli ultimi anni non basta se non è accompagnata da un miglioramento della qualità del lavoro. “Senza produttività non c’è crescita dei salari”, ha sottolineato, richiamando il rischio sociale e previdenziale legato alla scarsa partecipazione di giovani e donne al mercato del lavoro. Secondo Fumarola, è necessario rafforzare gli investimenti in formazione e politiche attive, costruendo un collegamento più efficace tra territori, centri per l’impiego, sistema formativo e bisogni delle imprese. Un ruolo decisivo può essere svolto anche dalla contrattazione di secondo livello e dalla partecipazione dei lavoratori ai processi di innovazione e gestione dell’intelligenza artificiale, strumenti fondamentali per sostenere salari più alti, maggiore stabilità e lavoro di qualità.
Maurizio Tarquini, Direttore Generale di Confindustria, ha evidenziato come il sistema produttivo italiano resti anomalo rispetto ad altri Paesi europei, soprattutto per la prevalenza di micro e piccole imprese. Secondo Tarquini, la sfida è favorire la crescita dimensionale delle aziende per aumentare investimenti, ricerca e qualità del lavoro. Sul fronte della produttività, ha ricordato che le medie imprese italiane registrano performance superiori ad esempio a quelle tedesche, mentre il vero gap riguarda micro e piccole imprese. Ha inoltre insistito sulla necessità di rafforzare il rapporto tra scuola, università e imprese, contrastare l’abbandono scolastico e sviluppare percorsi formativi capaci di “insegnare a imparare”, in un mercato del lavoro che cambia rapidamente. L’obiettivo, ha detto, è creare “buoni lavori”, con salari più alti, maggiore qualificazione e occupazione stabile, anche attraverso tavoli permanenti di confronto tra imprese, formazione e istituzioni.
Il mismatch delle competenze non riguarda più soltanto i giovani, ma anche chi è già occupato. A sottolinearlo è stata anche Ilaria Maria Dalla Riva, Presidente, Casl ABI Comitato per gli Affari Sindacali e del Lavoro, secondo cui l’accelerazione tecnologica, l’intelligenza artificiale e la transizione green stanno modificando rapidamente le professioni e imponendo continui processi di riconversione. “La formazione non può più essere considerata un costo, ma un investimento”, ha affermato, evidenziando come oggi il lavoro evolva molto più velocemente rispetto al passato. Dalla Riva ha richiamato la necessità di costruire un “patto” tra imprese e lavoratori per accompagnare le trasformazioni produttive, valorizzando il tempo dedicato all’apprendimento e rendendo la riqualificazione continua uno strumento strutturale di occupabilità e sostenibilità sociale.
Ampio spazio è stato dedicato anche al fenomeno degli inattivi. Laura Zanfrini dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ha presentato una ricerca che individua cinque profili principali di inattività: caregiver usciti dal lavoro per esigenze familiari, persone con capacità lavorativa ridotta, inattivi per scelta, soggetti stabilmente esclusi dal mercato e soprattutto “sfiduciati”, il gruppo più numeroso. “Molti non cercano più lavoro dopo una lunga storia di precarietà e insuccessi, ma continuano a desiderare un’occupazione stabile e formazione qualificante”, ha spiegato. Zanfrini ha sottolineato come dietro l’inattività si nascondano storie molto diverse tra loro, spesso segnate da fragilità economiche, difficoltà relazionali e perdita di fiducia nelle proprie possibilità di reinserimento lavorativo.
Dagli Stati Uniti, Nicholas Eberstadt, American Enterprise Institute, ha portato il caso del suo Paese come esempio di una crisi “silenziosa” della partecipazione al lavoro. Nonostante un’economia dinamica che vale 180 trilioni di dollari e bassi tassi ufficiali di disoccupazione, ha spiegato, cresce il numero di uomini usciti completamente dal mercato del lavoro. Ha spiegato che oggi il tasso di occupazione maschile negli Usa è simile a quello del 1940, in piena Grande Depressione. Secondo l’economista, il problema viene spesso sottovalutato perché i bassi tassi di disoccupazione non raccontano l’intero quadro: accanto a chi cerca lavoro senza trovarlo cresce infatti il numero di persone che hanno smesso completamente di cercarlo. “Per ogni uomo disoccupato ce ne sono almeno tre fuori dal mercato del lavoro”, ha osservato. Pertanto il fenomeno non può essere spiegato solo con la trasformazione industriale o con il livello di istruzione, ma dipende anche da fattori sociali più profondi, tra cui il sistema penale e alcuni meccanismi di welfare e difficoltà che rischiano di diventare disincentivi al rientro nel lavoro.




