Campione europeo con la Germania nel 1996, con una doppietta contro la Repubblica Ceca che al ‘golden gol’ ha deciso la finale, Oliver Bierhoff ha mosso i primi passi nel campionato italiano con l’Ascoli nella prima metà degli anni Novanta, per poi passare all’Udinese dove nel 1998 si è consacrato come capocannoniere della Serie A. “In Germania c’è chi mi ha sempre considerato ‘un figlio di papà’, ma non sono entrato dalla porta principale nel campionato italiano: ho dimostrato il mio valore nel tempo” ha raccontato il campione tedesco.
Con il Milan, squadra in cui si è trasferito proprio quell’anno, in tre stagioni supera le cento presenze e imprime le proprie giocate nella memoria dei rossoneri. “Fino a metà stagione, quella 1998-1999, non pensavamo di poter vincere lo Scudetto – ha raccontato Bierhoff. – Boban, Weah, Leonardo: era una squadra fortissima ma il merito fu anche di mister Zaccheroni che, ad un certo punto, diede loro la possibilità di esprimersi al meglio. Ma il giocatore che più di tutti ho ammirato è stato Paolo Maldini: disciplinato, professionale, sempre presente. Ho tifato per lui quando, quest’ultima estate, è entrato per breve tempo nella dirigenza della Nazionale italiana. Ma in queste esperienze devi avere persone decise a seguirti e in quel caso, purtroppo, così non è stato”.
Quella di Oliver Bierhoff è stata una carriera segnata dal gol: 44 in 119 partite con il Milan, 62 in 96 partite con l’Udinese, in Serie A 102 reti in 220 match, mentre con la Germania 37 gol in 70 partite: “Se giocassi oggi nella squadra adatta a me, ricevendo i palloni giusti, potrei ancora fare la mia bella figura…” ha commentato con un sorriso. Finita l’esperienza sul campo, nel 2004 è entrato nella dirigenza della Nazionale tedesca partecipando attivamente al rinnovamento del suo movimento calcistico: un processo lento ma che ha portato oggi la Germania ad essere una delle squadre più forti al mondo.




