Con Leonardo Manera a fargli da spalla ideale con le sue domande Elio ha iniziato dalle radici della sua passione per le sette note: “Sono sempre stato appassionato di musica fin da piccolo. Guardavo il festival e cantavo le canzoni del festival, per dirne una “Montagne Verdi”. La prima canzone che ricordo era di quando avevo 8-9 anni. Vidi questo cantante che secondo me era molto bravo e che portava al festival “Un’avventura”. Era la prima volta che vedevo Lucio Battisti, non sapevo chi fosse e dissi a mio padre che mi piaceva molto. Lui con il suo intuito mi rispose “Sai, ne passano tanti che cantano un pezzo e poi non li senti più”. Dopo aver proposto Una canzone intelligente”di Cochi e Renato, accompagnato dal piano di Alberto Tafuri Lupinacci, l’artista milanese ha raccontato : “Cochi e Renato erano eccezionali, sono stati inventori di un linguaggio, hanno fatto cose che ancora oggi suonano nuove, sembrano avanguardia oggi anche se le hanno fatte 50-60 anni fa. In quegli anni c’era più il coraggio di osare e c’era anche gente che aveva voglia e idee e andava sul palcoscenico per fare cose nuove. Mi pare che oggi non ci siano più degli obiettivi così ambiziosi. Oggi come obiettivo c’è quello di arrivare primi, far arrivare tantissimo pubblico ma non c’è più quello di inventare una cosa nuova e bellissima perché non sei certo di avere successo”. Senza rinunciare a pungere, memore anche della sua esperienza di giudice ad X Factor, Elio ha detto: “L’autotune fa schifo, è come chi corre i 100 metri con il doping. Perché farlo fare? Se canti male, fai altro. La tecnologia ha sempre corso di pari passo con la musica: quando si è passati dal fortepiano al pianoforte i compositori hanno approfittato del cambiamento tecnologico per scrivere delle musiche che fossero più adatte al pianoforte.
Ogni volta che si scriveva musica per strumenti o suoni nuovi si è andati sempre avanti. L’autotune invece è un trucco per essere intonati se non lo si è, che innovazione tecnologica sarebbe? E’ una scorciatoia, non dà possibilità nuove. Se sentirò un giorno un tipo nuovo di musica che è stata scritta grazie all’autotune e che non si sarebbe potuta scrivere prima allora cambierò idea, ma non accadrà. Negli ultimi anni ho visto poco di innovativo nella musica, qualcuno c’è, non si può fare sempre i disfattisti però sicuramente l’atmosfera generale che c’era negli anni sessanta e settanta non c’è più”. Gustosa la riflessione sulla longevità della sua band: “Siamo stati bravi ad andare avanti tantissimi anni ma alcuni membri non hanno retto. E’ contro ogni logica obbligare le persone a stare sempre insieme, tutte le band hanno attraversato fasi come minimo di stanca e come massimo di rottura. Poi bisogna essere intelligenti e andare avanti cercando di inventare cose nuove. L’artefice del gruppo sono io perché ho pensato che lavorare insieme sia una cosa bellissima. L’Italia genera tantissimi cantanti singoli, siamo un popolo molto bravo come individualità. Ci sono pochi gruppi che sono andati avanti tanti anni.
Il mio obiettivo era di cercare di mettere insieme gente simpatica, brava, con idee strane e fare cose che non avevano fatto altri”. Spazio anche alle memorie legate al palco dell’Ariston: “Il festival di Sanremo - ha raccontato Elio - è stato un gioco per noi. La terra dei cachi l’abbiamo scritta con l’intenzione di prendere in giro le canzoni impegnate che andavano al festival. Era una canzone che non aveva alcuna possibilità, pensavamo di arrivare ultimi. Però come si dice “se muori, muori alla grande”, per cui avevamo pensato tante cose da fare nelle cinque serate fra cui l’idea di fare la versione corta e accelerata. Dopo aver suonato la prima sera siamo andati al ristorante e man mano che guardavo Pippo Baudo in tv leggere la classifica dal decimo al primo ho pensato “Si sono dimenticati di noi”, talmente era improbabile che avessimo vinto noi la serata. Alla fine siamo arrivati secondi. L’effetto Sanremo è stato che fino alla sera prima potevo andare in giro tranquillamente, dal giorno dopo mi riconoscevano anche le signore al supermercato. Ma la ricorderemo sempre come una grande festa”.




