"Lo scorso anno avevo perso il titolo solo per qualche sfortuna di troppo, mentre quest'anno la moto era ancora migliore e io avevo accumulato più esperienza, con il team Ducatiche è riuscito a fare primo e secondo in tutte le gare. Anche se le moto sono uno sport individuale, dietro c'è sempre un lavoro enorme di tutto il team: se manca anche un solo tassello, il mio lavoro in pista non può funzionare".
Il campione emiliano ha riavvolto il nastro fino ai primi passi della propria carriera e alle pressioni vissute da giovanissimo: "Da piccolo vincevo tanto in ogni categoria. Mio padre già correva in moto e poi ha aperto un team, ma ogni anno che passava diventare competitivi era sempre più costoso. La VR46 Academy di Rossi mi ha dato una grossa mano in quella fase, ma quando sono arrivato in Moto3 ero già alto e pesante, andavo più piano e qualcuno ha iniziato subito a mettere in dubbio le mie doti a soli sedici anni. A quell'età non è facile, ti trovi a dover lavorare con persone di quaranta o cinquant'anni e devi dimostrare di essere super serio. Al primo anno di mondiale ti trovi a due sole categorie dalla MotoGP e se qualcosa si inceppa la gente ti mette addosso una pressione enorme. Io in Moto3 non avevo ancora la capacità di gestirla e ne ho sofferto molto: ogni sei mesi facevo sempre più fatica e tutti i vari consigli che ricevevo finivano solo per mettermi ancora più confusione".
Il legame con il mito di Valentino Rossi ha segnato la sua formazione sportiva e personale: "Valentino per la mia generazione era l'unico pilota che potessi tifare, non c'era un altro come lui. A scuola andavo con lo zaino col numero 46. Come pilota era fortissimo soprattutto di testa, perché sapeva mettere una pressione tremenda sui suoi avversari". Bulega ha quindi affrontato il tema del clamoroso rientro ai massimi livelli, dopo la separazione del 2019: "Di solito si arriva in Superbike a fine carriera e se hai lasciato a quei livelli allo zero virgola uno per cento ci torni. Io invece ora sbarco in MotoGP con la Ducati del team VR46. Nel 2019 ci eravamo separati e avevamo preso strade diverse, mentre adesso rientro nel giro più importante da persona completamente maturata e lo faccio nella massima categoria. Il titolo in Superbike è un punto di partenza: la moto va forte, ha molta elettronica ed è davvero vicina a una MotoGP, con un calendario impegnativo ma di soli dodici gare".
Sulle polemiche relative all'adattamento tecnico e sulle dinamiche interne al box, il pilota ha chiarito la propria posizione: "Nei giorni scorsi qualcuno ha detto che quest'anno ho corso con gomme che avevo già imparato a conoscere, ma non credo proprio che campioni come Marquez e Bagnaia ci metteranno molto tempo a capire e sfruttare le gomme. Per quanto riguarda il rapporto con la moto, non sono uno che la bacia o la accarezza prima di partire: al massimo al semaforo rosso prima del via strofino un poco le mani sul serbatoio per concentrarmi. Il compagno di squadra resta sempre il primo avversario che vuoi battere e lui tenta sempre di fare la stessa cosa con te". Bulega ha infine concluso con un'analisi sul proprio stile di guida e sugli argomenti di miglioramento: "Ho uno stile di guida molto pulito, tanto che da fuori sembra quasi che non mi stia impegnando in gara, mentre è vero esattamente il contrario".




