Tre fotografie, tre persone e tre capitoli per raccontare una campionessa partendo non soltanto dalle vittorie, ma da ciò che è stato necessario attraversare per raggiungerle. Il primo volto è quello di Antonio Ciano, l’allenatore scelto come simbolo del cambiamento. Il loro rapporto è nato in uno dei periodi più difficili, prima di Tokyo. Bellandi ha raccontato di essere stata molto dispersiva, con tante energie ed emozioni, e di aver trovato in Ciano una persona capace di incanalarla senza snaturarla. Negli anni anche il loro rapporto si è evoluto, diventando oggi una collaborazione tra due professionisti, costruita sulla conoscenza reciproca, sul confronto e sulla capacità di venirsi incontro.
Tokyo è stato lo spartiacque. "Ogni scelta nuova fa paura, nel senso che per tutti è un salto nel vuoto, per tutti è una scommessa". Dopo quell’esperienza, Bellandi si è ritrovata senza più punti d’appoggio e ha cambiato categoria, allenatore, nutrizionista e psicologa. "Io volevo star meglio, volevo star bene, volevo tornare ad amare quello che stavo facendo". E proprio da quelle difficoltà è cominciata la strada verso Parigi. "Non sarei arrivata a Parigi senza essere passata da Tokyo". Nessun risultato, ha spiegato, rende immuni dai momenti difficili. L’oro è arrivato dopo tanto lavoro, non soltanto sul tatami, ma attraverso nuove consapevolezze e ferite da guarire, fino a essere finalmente pronta anche a divertirsi. Di Parigi resta soprattutto l’emozione della premiazione: l’inno, l’attimo in cui la bandiera sale e tutto ciò che quella medaglia contiene. "Non è solo un pezzo di metallo, c’è veramente tanta storia di vita dentro ognuna di quelle medaglie".
La seconda fotografia ha portato sul palco Laura Pasqua, la mental coach che continua a seguirla. Bellandi si era rivolta a lei dopo Tokyo, pensando soprattutto alle prestazioni e alle medaglie che non arrivavano. Il lavoro è cominciato invece dalla persona, imparare a stare meglio, affrontare i propri problemi, apprezzare se stessa e riconoscere il valore dei momenti belli. Solo successivamente tutto questo è entrato anche nello sport.
Pasqua è stata fondamentale anche dopo Parigi, quando è arrivata una sensazione inattesa. Bellandi l’ha raccontata partendo dal sogno inseguito per 24 anni: raggiungerlo e ritrovarsi, il giorno successivo, a chiedersi cosa venga dopo. "Nessuno ti insegna cosa succede dopo". È arrivato un vuoto, insieme alla stanchezza accumulata negli anni, tanto che le sono serviti circa sei mesi prima di pensare nuovamente a una gara. Anche essere triste sembrava qualcosa che una campionessa olimpica non potesse più permettersi; Bellandi ha dovuto imparare a concedersi di essere semplicemente umana e a riscoprire anche le piccole cose. Imparare ad ascoltarsi ha significato anche assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Avvicinandosi al Mondiale, Bellandi sentiva che gareggiare prima non fosse ciò che voleva: "Sapevo che dovevo ripresentarmi al Mondiale". Sul tatami la sfida è stata poi restare dentro la fatica: "Conta chi riesce a stare più nel qui e ora". Testa, fede e capacità di rimanere concentrata su ciò che stava vivendo.
Infine Jasmine Martin, la compagna, protagonista del terzo capitolo, imparare ad amarsi per poter amare. "La prima cosa per amarsi è rispettarsi". Bellandi ha raccontato di aver dovuto imparare ad apprezzarsi per quello che fa e per quello che è, iniziando a curare cicatrici e ferite. Con Jasmine ha costruito nel tempo un rapporto fatto di comunicazione, confronto e capacità di aiutarsi, fino a vivere un rapporto che appartenesse a loro e non ai rispettivi passati.
E dopo aver imparato a cambiare, ad ascoltarsi e ad amare, resta ancora qualcosa su cui lavorare, che Alice Bellandi lo sintetizza così: "Essere paziente".




