Agricoltura e prodotti

LINO Storie lungo un filo

di Gianna Zortea

Prati a fine giugno dipinti di celeste-lillà. Così il Trentino appariva fino agli anni sessanta. Nel mese di maggio la semina, a fine giugno piccoli fiorellini coloravano i prati in alta quota, nei masi. Con lo scorrere delle giornate i fiorellini si trasformavano in piccole palline marroni contenenti dei semini. Tutte le famiglie avevano un proprio campo, per produrre il filato necessario per confezionare tele e tessuti di vario genere. Un lavoro lungo che partiva a maggio con la semina e si concludeva l’inverno con la filatura.

Nel narrare questa storia il ricordo di Domenica Alberti, per tutti “Meneghina” di Mezzano (Valle di Primiero) che ha riportato alla mente parole, rumori, ricordi di quello che una volta era una produzione che scandiva la vita quotidiana delle donne. È un ritornare alla mente di verbi, di oggi dimenticati, di attrezzi nascosti in soffitta che usati con chi il sapere lo conosce riprendono vita. Oggi un piccolo ritorno del lino c’è. Frutto della volontà di non dimenticare come nel caso dell’associazione culturale Linum (Lavorare insieme per narrare gli usi della montagna) in Val di Pejo che ha realizzato un documentario “Il lino dei ricordi”, o della voglia di riscoprire e dare nuova vita al lino, e in particolare ai suoi semi, come nel caso di Marina Fontana e dell’azienda agricola da lei creata “L’orto pendolo” a Ronco, nella Valle del Vanoi.

Il lino in Trentino

Conosciuto come la più antica delle fibre vegetali, il lino deve la sua fama non solo alla versatilità dei suoi tessuti, ma anche alle innumerevoli proprietà dei suoi semi e dell'olio che da essi si ricava. La specie Linum usitatissimum L. comprende numerose forme e i tipi coltivati sono distinti in due grandi gruppi: il lino da fibra e il lino da olio. Il lino da fibra era estesamente coltivato in Trentino, i ritrovamenti di fili e frammenti tessili sono attribuiti alla cultura palafitticola di Ledro. La cultura del lino ha resistito immutata nei secoli fino al secondo dopoguerra, quando, con l’avvento delle più economiche fibre sintetiche e della nuova economia di mercato, pian piano si è andata sempre più perdendo anche perché le donne, uniche detentrici di questo antico sapere, si sentivano finalmente sollevate da un lavoro gravoso ed impegnativo. La coltivazione e la lavorazione del lino impegnava infatti le donne per tutto l’anno attraverso molte fasi di faticoso e paziente lavoro.

Il ciclo di lavoro

La semina 

Il lino cresce bene nei luoghi in cui c’è una buona esposizione solare, in terreni magri. Il terreno a maggio veniva arato, zappato, levigato con il rastrello, così da essere pronto per la semina. La semina a spaglio del lino era molto fitta, secondo il detto popolare spés come ‘l lin e per tradizione in Val di Pejo era fatta intorno a Santa Croce, il 3 di maggio. Il seme veniva raccolto con la mano dalla "gheda" (grembiule) e sparso sul terreno. Un lavoro faticoso riservato ai ragazzi era quello de portar su tèra con la barèla – trasportare terra dal margine inferiore del campo a quello superiore – al fine di mantenere un costante spessore di terreno vegetale nei campi terrazzati. I semi germogliavano rapidamente e presto si potevano vedere nei campi le piccole piantine di lino. Nei primi quindici giorni di luglio i campi erano meravigliosi perché sbocciavano i fiori celesti-lilla. Nel corso dell’estate i fiori venivano man mano sostituiti dai frutti tondeggianti – le còcole– ed infine, dopo ferragosto si procedeva alla raccolta.

La raccolta 

Quando il lino “suona e ha il color dell’oro è pronto per essere raccolto”. Verso la fine del mese di agosto, qualche volta anche un po’ prima se la stagione è secca e calda, inizia la raccolta del lino. In agosto, il giorno di passaggio tra luna discendente e luna ascendente nel segno del Sagittario è forse uno dei momenti migliori secondo il calendario lunare per la raccolta. Il lino per uso tessile deve essere estirpato dal terreno in modo da assicurare la massima lunghezza utile della fibra, gli steli vengono laboriosamente estirpati a mano. Dopo la coltura del lino il terreno resta morbido perché la radice lavora in profondità per questo è consuetudine sfruttare questo stato del terreno seminando le rape. Man mano che le piante sono estirpate si formano dei mazzi che vengono appesi sul poggiolo della soffitta perché possano maturare bene tutti i frutti. Quando il seme del lino veniva raccolto lo si passava poi nel "van", un setaccio che "sgorla nei dì de vent" (si muove nei giorni ventosi) così da eliminare le "bule". Quando il lino era secco al punto giusto, venivano prese dal covone quattro "faie" alla volta e poi "macà" su una "zoca con la mazzola" e così via finite tutte le "faie", poi veniva messo di nuovo al sole a seccare. 

La macerazione

Se dalla pianta del lino si vuole ricavare del filato è necessario procedere con il processo di macerazione. Il lino veniva steso nel prato (destender el lin) che nel mese di settembre comincia ad essere umido la mattina, le sera e per tutta la notte, grazie alla rugiada. La pianta deve macerare per 40 giorni. Passato questo periodo si raccoglieva e si formavano dei mazzi che si appendevano nuovamente in soffitta ad asciugare.

La battitura e la gramolatura

In poco tempo se la soffitta è ben ventilata la pianta si asciuga e si nota la fibra tessile che per essere liberata dalla parte legnosa della pianta deve essere “battuta” con uno strumento chiamato “gramola”, una sorta di tagliola in legno che permette di ricavare la fibra dal fusto. Si appoggia il mannello di lino sulla parte inferiore della gramola e battendolo con la parte superiore dell’attrezzo si stacca poco a poco l’involucro legnoso e viene liberata la fibra vergine. Di solito le donne si alzavano all’alba per “gramolare” con risentimento degli uomini perché facevano baccano.

La spigolatura

Dopo la battitura si ottengono questi mazzi di fibra molto morbidi che vanno pettinati per eliminare ogni residuo legnoso, “le reste”. La pettinatura si effettua con una “spigola”, uno strumento formato da una tavoletta di legno con una impugnatura all’estremità e al centro degli aculei di ferro attraverso i quali si pettina la fibra.

Nella “spigola” restava prima lo scarto chiamato “carpide” e poi le “stoppe”, e poi lavorando restava la fibra bella pulita del lino che era la parte migliore. Il primo scarto “carpide” veniva recuperato, messo a parte, filato grossolano serviva poi una volta tessuto, per fare i “linzoi delle corde” . Il secondo scarto veniva chiamato “stopa” e veniva passato con il “crivel”. Le stoppe venivano poi arrotolate in maniera particolare detta “mome de stope”. Con le “stoppe” si produceva una tela grezza che serviva per fare “canevaze, mantili” (strofinacci, corsie per mobili). Con la parte migliore del lino, la fibra, si faceva una specie di matassa detta “popa del lin”, queste “pope” venivano radunate in mazzi da quaranta (quarantena de faie de lin). In inverno durante i “filò nella stua intorno al fornel a musat”, le donne prendevano dalla “quarantena” due “faie” alla volta, le arrotolavano sulla “roca” per poi “filar co la roda”.

A questo punto il lino era pronto per essere trasformato in filato. E qui comincia un’altra storia, quella della filatura, operazione necessaria per torcere le fibre, realizzare il filo e giungere, infine, alla tessitura.



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