Domenica, 02 Giugno 2019 - 14:36 Comunicato 1333

Welfare, populismi e crisi della classe media

Welfare inadeguato, crisi della classe media, populismo sono strettamente legati. Su scala mondiale. Le radici culturali ed economiche del populismo finiscono anche nell’urna elettorale. Un panel qualificato di esperti ha affrontato, nella sala della Fondazione Kessler a Trento, nell’ultima mattinata del Festival, proprio il tema «Welfare, populismo e crisi della classe media». Perché le sfide poste dalla globalizzazione alla classe media sono pesanti: perdita di potere d’acquisto, superamento delle competenze professionali, incertezza sul futuro, marginalizzazione, rancore. Anche in Italia, hanno detto i relatori, negli ultimi vent’anni si è spento il sogno concreto della classe media di avere una casa di proprietà, di mandare all’università i figli senza troppi sacrifici economici e di vedere per loro un futuro migliore del proprio. Ecco perché gli scienziati sociali, politici e gli economisti hanno sostituito al concetto di «working class» quello di «squeezed middle class», una classe media stritolata dalle incertezze. Un confronto organizzato dal Cest, il Centro d’eccellenza di studi transdisciplinari, composto da studenti, dottorandi, ricercatori, che cerca di avvicinare l’accademia all’opinione pubblica.

Come si fa a disegnare un sistema di welfare adeguato ai cambiamenti sociali ed economici? Luigi Guiso, professore di finanza all’Einaudi Institute, ha una proposta: oggi si perde facilmente il lavoro ed è difficile «reinventarsi». I sussidi di disoccupazione aiutano se c’è un ciclo negativo, non se la propria professionalità è spazzata via dall’innovazione. Serve una programmazione sociale che ci fornisca un portafoglio di competenze ampio. Avere più abilità, saper fare più cose.
Molti contadini e pastori sardi impiegati nel petrolchimico, dopo la crisi sono tornati a fare ciò che sapevano: agricoltori e pastori. Un piccolo esempio di resilienza. «In passato si studiava per 20 anni e poi si lavorava con quelle competenze per altri 40 – ha detto il professor Guiso – mentre oggi nelle stesse imprese dobbiamo imparare più cose e fare scambi di professionalità e formazione tra aziende per essere pronti in casi di improvvisi choc economici».
Lorenza Antonucci, esperta di politiche sociali e ricercatrice all’Università di Birmingham, ha evidenziato come le ricerche dell’ateneo britannico indichino che molti «brexiteer» arrabbiati avevano comunque un’istruzione media. Non poveri ma classe media. Che non necessariamente ha perso il lavoro, ma deve lavorare troppo per guadagnare poco, è insoddisfatta del sistema e dei capi, ha un pessimo rapporto tra tempi di lavoro e di vita, vede peggiorare i servizi di welfare: si chiama «job dissatisfaction». «Il populismo in paesi come Olanda, Germania e Francia è molto diffuso anche tra i giovani. Soprattutto il populismo di destra è appannaggio delle classi basse come di quelle ad alto reddito, mentre quello di sinistra, meno autoritario, non conquista le fasce ad alto reddito».
L’economista Italo Colantone dell’Università Bocconi ha aggiunto un altro elemento: il populismo ha cause culturali ed economiche e non è una tendenza di oggi. Già a fine anni ottanta e inizio anni novanta ci sono i prodromi. Una pace sociale è stata mantenuta finché il mercato unico ha dato benefici a tutti, alle élite economico-politiche e alla classe media, che aveva un certo benessere. Un contratto sociale implicito che oggi non c’è più. «I perdenti della globalizzazione chiedono redistribuzione e protezionismo. Il nazionalismo economico non è la soluzione giusta. Forse domani potrà avere successo un partito politico che coniughi apertura, multilateralismo e redistribuzione del reddito».

(db)


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