Sabato, 03 Giugno 2017 - 19:08 Comunicato 1480

Salute disuguale in Africa, la ricetta ugandese verso l’equità

Affrontare il tema della salute e delle disuguaglianze nell’accesso alle cure con un approccio multidisciplinare integrato. Una salute intesa, come raccomanda l’OMS, non solo come assenza di malattie ma come benessere complessivo. Differenti condizioni economiche, scolastiche e sociali incidono su questo benessere e in Uganda il governo punta quindi ad un approccio “olistico” per garantire ai cittadini, in prospettiva, equità di trattamento in campo sanitario. E nello sviluppo dell’Uganda, ma più in generale nel complessivo sviluppo del continente africano (non solo in ambito sanitario), la solidarietà internazionale deve valorizzare e formare risorse umane locali per una crescita sostenibile di cui le donne devono essere protagoniste, anche in termini di pianificazione demografica.
Se n’è parlato oggi pomeriggio a Trento nella sede del Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale, presso l’Ex Convento Agostiniani, all’appuntamento del Festival dal titolo “Costruire politiche sanitarie eque in Uganda”.

L’evento è stato organizzato da CFSI e da AMREF Health Africa ed è stato moderato da Jenny Capuano, direttrice del Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale. Il fine ultimo di chi si occupa di cooperazione allo sviluppo – ha affermato Jenny Capuano – è avere spirito di servizio per costruire società più giuste, più eque e migliori luoghi di vita per tutti. Avere a cuore gli ultimi, essere al loro servizio significa combattere le disuguaglianze fra i Paesi e all’interno dei Paesi: disuguaglianze di genere, fra autoctoni e migranti, fra diverse generazioni. Nello specifico ambito sanitario, fondamentali sono il coordinamento, l’interazione e il dialogo operativo fra gli interventi di cooperazione allo sviluppo e i governi locali.

Ed è stata Joyce Moriku Kaducu, viceministra con delega alla salute primaria, a parlare delle politiche sanitarie nel particolare contesto dell’Uganda e della ricetta del governo per raggiungere, in prospettiva, un’equità di trattamento dei cittadini nell’accesso alle cure. Una migliore risposta del sistema sanitario (che in Uganda è decentrato valorizzando gli enti locali) rappresenta una sfida a dir poco impegnativa in un Paese dove un’ostetrica arriva a seguire anche 500 parti l’anno. Nonostante risorse economiche limitate (da entrate fiscali e donazioni) e strutture pubbliche che già faticano a soddisfare i bisogni di salute della popolazione, il governo punta, in assenza di ingenti fondi, ad una scelta di metodo. Un approccio interministeriale che abbraccia diversi settori e competenze: non solo quindi sanità ma anche istruzione, condizione economica, sociale, abitativa, solo per citare alcuni ambiti. Questi ed altri fattori incidono infatti su quella condizione di benessere che esprime il significato più profondo della parola “salute” senza dimenticare, in questo disegno, il sostegno della cooperazione allo sviluppo. Un accenno, dalla viceministra, anche ai vaccini che in Uganda rappresentano la prima forma di prevenzione.

In tema di sviluppo, più in generale, del continente africano, fondamentale è il protagonismo delle donne ha detto Mario Raffaelli, presidente di AMREF Health Africa e Presidente del Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale. Altro aspetto cruciale è il coinvolgimento delle popolazioni locali, condizione necessaria non solo per garantire sostenibilità agli interventi nei singoli Paesi ma anche per la formazione di un vero e proprio capitale umano locale. La maturazione delle risorse umane è quindi tra le sfide più rilevanti per il continente africano. Ma l’equità in campo sanitario – ha aggiunto Mario Raffaelli – non è “solo” un problema dei paesi poveri. In Europa, ad esempio, il rischio di morte per le fasce più deb

oli della popolazione è superiore fino al 150% rispetto alle fasce più agiate della comunità. In Italia il rischio di morte è più alto del 78% per chi ha la licenza elementare rispetto ai laureati. La salute è quindi un tema del mondo globale che richiede un approccio e una risposta trasversali.

La realtà ugandese (al centro dell’evento di oggi) ma non solo è protagonista anche della mostra “Uganda Land of Hope” di Alberto Prina, un viaggio per immagini attraverso un paese devastato da 20 anni di guerra civile. L'esposizione può essere visitata fino al 16 giugno nel chiostro dell'Ex Convento Agostiniani, sede del Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale. Nello stesso periodo, sempre negli spazi CFSI, sono allestite le mostre di Nancy Borowick “A Life in Death” e di Lisa Krantz “The Toll of Obesity”, incentrate sui temi del diritto alla salute e sulle sfide che si pongono nel suo raggiungimento nel cosiddetto “Nord del mondo”. Le tre mostre fanno parte del Travelling Festival promosso dal Festival della Fotografia Etica di Lodi.

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(ac)


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