Sabato, 26 Settembre 2020 - 18:43 Comunicato 2228

Perché Xi Jinping non sta dalla parte di Greta

Ha partecipato a tutte e quindici le edizioni del Festival dell’Economia di Trento, i primi anni era corrispondente di Repubblica da Pechino, gli ultimi da New York. Anni nei quali il mondo è cambiato e il rapporto tra crescita e ambiente è diventato sempre più cruciale ed inquietante. Il giornalista Federico Rampini è ospite in un incontro moderato dal giornalista Paolo Micheletto ha spiegato perché Xi Jinping non sta veramente dalla parte di Greta, e perché elementi come la decrescita economica e il consenso sociale sono fattori che pongono scelte cruciali nel proseguimento delle politiche ambientaliste dei Paesi, dalla Cina all’America, passando per l’India. Non esclusi quelli Europei. La corsa alle rinnovabili, poi, se mal gestita, potrebbe portare a fare più danni del petrolio.

Potrebbe sembrare provocatorio il titolo Xi Jinping contro Greta, perché in fin dei conti quello che ci viene rappresentato dai mezzi di informazione americani ed europei è quello di una grande movimentazione che parte dal basso, un movimento sociale globale che vuole fortemente la lotta al cambiamento climatico. Sempre secondo questa lineare narrazione, l’America di Trump pare stare nella parte cattiva, con il negazionismo assoluto del cambiamento climatico e lo screditamento della comunità scientifica, e i tentativi di rilancio dell’economia fossile. Dall’altra parte, quella buona, parrebbe stare la Cina che sta investendo moltissimo capitale nell’economia delle rinnovabili, è leader nell’industria automobilistica elettrica, e che ha preso ambiziosi impegni in vista del 2030 (a differenza dell’America che rifiuta l’Accordo di Parigi). Nel mezzo sta l’Europa di Greta, che vede le nuove generazioni prendere coscienza e risvegliare con forza anche quelle più vecchie. Da questa prospettiva, dunque, il titolo parrebbe essere una contraddizione bella e buona. La realtà dei fatti, secondo Rampini, è però cosa ben diversa. Negli ultimi tempi la Cina ha fatto dietrofront in tutta una politica di sostenibilità. Ad esempio, dopo essere stata leader del solare ha tagliato pesantemente i suoi investimenti in energie rinnovabili (solare, eolico, auto elettriche, minerali rari per l’elettrico). Ancora più preoccupante, in fatto di rinnovabili, è che sta prendendo un vero e proprio monopolio mondiale, nella lotta di predominanza con l’America, ma a ben guardare questo coinvolge noi tutti. Ed inoltre, messo di fronte a un rallentamento della crescita economica, Xi Jinping non ha esitato a riesumare il “capitalismo carbonico”. Accusato da tempo dai media occidentali di essere il maggiore inquinatore del pianeta, la Cina risponde ricordando intanto che i suoi livelli di inquinamento pro-capite sono solo una frazione di quelli statunitensi. Per altro verso, è innegabile che il Paese asiatico è stato all’avanguardia delle azioni per affrontare la questione e questo sotto diversi fronti e si può tranquillamente affermare che esso è di gran lunga quello che sta facendo gli sforzi maggiori sul fronte della lotta all’inquinamento. La realtà delle cose, quindi, sta tutta da un’altra parte.

Da non sottovalutare, secondo Rampini, è anche il fattore decrescita economica. Se è pur vero che il dittatore cinese non ha bisogno di elezioni, è anche vero che non è esente dal continuo cercare consenso sociale anche in quelle terre periferiche che sono le campagne. E che a causa della decrescita economica, per la crisi e dopo sei mesi di lockdown, si vedono sfumare poco a poco qualsiasi possibilità di ripresa. Come a dire, non è il consenso delle classi medio alte di professionisti abbienti che metterà in crisi la politica ambientalista della Cina, quanto piuttosto quello dei contadini e delle classi meno abbienti che fanno fatica ad arrivare a fine mese.

L’Europa di Greta per gran parte degli Americani, quelli progressisti, è un modello da seguire, così come l’ambizioso Green con il Green New Deal europeo coniato da Ursula Von den Leyen che si pone l’obiettivo di ridurre se non eliminare del tutto le emissioni di carbonio nel medio lungo periodo. Sempre mettendosi dalla parte dell'America, secondo un’inchiesta del Financial Times, le compagnie petrolifere europee sono le uniche che veramente stanno investendo capitali per le rinnovabili, a differenza delle compagnie americane che fanno tante chiacchiere, ma con poco denaro sul piatto.

E a proposito della guerra dei dazi su prodotti che implicano emissioni, Federico Rampini non si dice contrario ad una sorta di "protezionismo verde", e ricorda come le stesse energie rinnovabili in realtà proprio del tutto rinnovabili non sono, e non sono nemmeno fonti pulite al 100%. Basta pensare a come avviene lo smaltimento delle batterie al litio o ai disastri ambientali che stanno avvenendo per l’estrazione dei minerali rari dalle miniere.

Su una cosa, infine, Rampini pone l’allarme: la decrescita economica non fa rima con la crescita di politiche ambientali ed ecologiche. Se le emissioni di Co2 si sono provvisoriamente fermate è anche a causa dei 6 mesi di chiusura totale dell’economia globale, ma non sono certo un parametro da prendere in considerazione a livello governativo per interrompere i circoli virtuosi che erano stati innestati. Tra l'altro, dice, tra dieci o quindici anni avremo anche altri problemi da affrontare in tema di inquinamento che riguarderanno altri paesi, come l'India, ad esempio. Allo stato attuale delle cose si trova esattamente com'era la Cina a metà degli anni Novanta. 

(sg)


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