Domenica, 13 Ottobre 2019 - 13:23 Comunicato 2551

Lo spazio come palestra

Allo “Sport Tech District”, hub dell’innovazione coordinato da Trentino Sviluppo, all’interno del Festival dello Sport di Trento, l’astronauta Maurizio Cheli che insieme a Umberto Guidoni, fu il secondo italiano ad andare nello spazio. Intervistato dal giornalista Massimo Sideri ha spiegato cosa si impara quando si vive sempre al limite. Un’esperienza che può essere in qualche modo di aiuto per gli allenamenti che portano gli atleti sempre più vicino alle condizioni estreme a cui Cheli è abituato.

Oggi fa tante cose, è membro del Cda dell’Agenzia Spaziale Italiana, è un imprenditore del settore aeronautico, tiene conferenze nelle quali offre spunti per fare di ogni vita una avventura straordinaria e di ogni impresa un luogo di eccezione, perché chiunque possa diventare miglior pilota della propria esistenza. È salito anche sulla cima dell’Everest, dove ha detto “Ci si sente più soli che non nello spazio”.  Con i suoi percorsi di Astronauta, però, il Capo Pilota Collaudatore (anche dell’Eurofighter Typhoon, il caccia più complesso al mondo Maurizio Cheli, ha condiviso esperienze e messo insieme una piccola rete di imprese, creando anche una start up, incubata all’interno del Politecnico di Torino.
“Andare nello spazio è un po’ come giocare in una squadra. Le singole individualità fanno il successo del gruppo. Ecco perché possiamo identificare lo spazio come un campo da gioco: metodo e allenamento fanno vincere la partita” – ha detto Cheli. “Devi avere fiducia nelle persone e nella tecnologia, due concetti che valgono sia per lo spazio, sia per l’Everest che ho scalato. I preparativi spesso sono noiosi e ripetitivi, nell’aereo-spazio come nello sport, ma questo non deve scoraggiare. Quando ero nello spazio guardavo l’Everest dall’alto: era il 1996 e trent’anni dopo ci sono riuscito, allenandomi con una guida alpina. Una spedizione di 50 giorni richiede anche una buona conoscenza dei compagni di viaggio e mi sono allenato con questa persona per tutta l’estate, perché la montagna richiede tantissima intimità così come nello spazio”. Tra le nuvole bisogna mantenere il corpo attivo perché l’assenza di gravità impedisce la tonicità dei movimenti. Si fa palestra “con l’aiuto di elastici”. Durante la preparazione della missione è importante mantenere la concentrazione, così come l’Everest richiede una notevole attività di adattamento, acclimatamento. Oltre al campo base poi ci sono fino a 4 altri campi che servono proprio al corpo per potersi acclimatare trascorrendo alcune giornate a varie altitudini”. Tradizioni di diverse culture, cerimonie dei popoli indigeni, rapporti con gli Sherpa sono poi il lato “umano” di una montagna che è tutt’altro che isolata. Noi del mondo “occidentale” scambiamo materiale tecnologico con loro in cambio di cibo e bevande. Per mangiare e bere dobbiamo scogliere i blocchi di ghiaccio, e ne dobbiamo bollire l’acqua per non farci venire la dissenteria. Quella sull’Everest, per me, è stata un’esperienza bellissima e molto più fisica e “personale” di quella nello spazio”.

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(sg)


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