Sabato, 01 Giugno 2019 - 11:58 Comunicato 1274

La globalizzazione non è un mostro malvagio

L’impatto della globalizzazione sul commercio mondiale è minore di quello che comunemente si pensa: non è il mostro cattivo che di solito viene rappresentato. La maggior parte dei suoi effetti, infatti, sono localizzati. Elhanan Helpman, israeliano, docente ad Harvard, tra i trenta economisti più citati al mondo, ha voluto sfatare molti luoghi comuni sulla globalizzazione grazie a una nutrita rassegna delle ricerche applicate sul tema. Ad accrescere il prestigio dello studioso, che ha attirato tantissime persone a Palazzo Geremia, la collaborazione con Paul Krugman nell’ideazione della “nuova teoria del commercio internazionale” e della “nuova teoria della crescita”, un insieme di modelli che spiegano gli scambi attraverso le economie di scala.

Dopo l’introduzione della giornalista Simonetta Nardin, già capo ufficio stampa del Fondo Monetario Internazionale, Helpman, basandosi sul suo ultimo libro dedicato al commercio internazionale “Globalizzazione e disuguaglianze”, ha spiegato che ci sono state due ondate di globalizzazione: la prima a inizio ‘900 e la seconda dopo il 1998. “Entrambe sono collegate a una crescita del reddito procapite. All’inizio del secolo scorso le disuguaglianze sono aumentate, ma il grande balzo è legato al gap tra Paesi ricchi e Paesi poveri più che alle disuguaglianze interne. Lo dimostra il fatto che nel 1981 avevamo 2 miliardi di persone che vivevano in estrema povertà, numero sceso a 600 milioni nei nostri anni”.
Tra gli studi citati, Helpman si è concentrato anche sul Brasile (Kovac-2013) dove è stato scoperto che la globalizzazione in realtà ha ridotto le disparità di salario regionali, anche se l’impatto è stato ridotto. “Dal punto di vista spaziale è stata una forza equalizzatrice, ha ridotto il gap tra lavoratori qualificati e non”.
Nella seconda parte della sua presentazione, l’economista si è concentrato sul ruolo del “China shock”, ovvero la crescita di Pechino nell’economia mondiale, e sui suoi effetti sulle disuguaglianze. “È vero che negli USA esso ha ridotto il guadagno medio settimanale, ma gli effetti maggiori sono stati riscontrati nel non-manufacturing, quindi in un settore che non era in competizione”. “Non è facile dimostrare che la Cina è la causa principale del declino della produzione americana, va tenuto conto anche di come funziona il mercato del lavoro”.
La conclusione di Helpman è che il commercio internazionale non è il maggior driver di disuguaglianze nel mondo.

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(lg)


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