Sabato, 01 Giugno 2019 - 15:13 Comunicato 1284

Favorire l’accesso alla conoscenza globale per colmare i divari tra i territori

Grande interesse per la sessione curata dal Centro OCSE di Trento sabato 1 giugno, presso la loro sede nell’ex Convento degli Agostiniani Trento, dove gli economisti Antonio Accetturo e Riccardo Crescenzi si sono confrontati sul tema “L’imperativo della crescita: cosa si può fare per le regioni e le città”. Di fronte all’avvento di megatrend (come automazione, invecchiamento della popolazione e cambiamento climatico) è diventato più urgente riconoscere le peculiari necessità e opportunità espresse da luoghi che sono tra loro diversi e che possono dunque aver bisogno di differenti approcci e interventi.

Cosa sappiamo dell’efficacia delle politiche per lo sviluppo locale in Italia? Siamo sicuri che gli aiuti pubblici abbiano raggiunto, negli anni, gli obiettivi che si proponevano? Oppure ci sono stati effetti collaterali negativi?
Sono questi alcuni degli interrogativi ai quali hanno cercato di rispondere Antonio Accetturo, autore del libro Morire di aiuti. I fallimenti delle politiche per il Sud (e come evitarli), e Riccardo Crescenzi, docente alla London School of Economics, in una sessione del Festival dell’Economia curata del Centro OCSE di Trento e coordinata dalla sua responsabile, Alessandra Proto.
Negli ultimi venticinque anni, la disponibilità di nuovi dati da un lato e più accurate modalità di ricerca dall’altro, hanno permesso di ottenere misurazioni più puntuali rispetto a quali siano stati gli effetti degli aiuti pubblici in determinate aree. La possibilità di verificare, con metodologie statistiche rigorose, se i trasferimenti monetari abbiano effettivamente contribuito a sollevare le sorti delle aree depresse, permette oggi di trarre alcuni bilanci ed insegnamenti. Per capire ad esempio, parafrasando il libro appena edito di uno dei relatori, se “di aiuti si muore” davvero, e cercando al contempo di comprendere come mai alcune città e regioni facciano parte dell’esclusivo club degli ‘innovatori globali’, mentre altre ne rimangono quasi inesorabilmente escluse.
I relatori si sono confrontati su quali possano essere le politiche pubbliche più adatte per colmare le distanze tra territori innovativi e non-innovativi, cercando di disegnare una mappa dello stretto legame che si è visto esistere tra la scarsa diffusione di tecnologia e conoscenza in un territorio, e la difficoltà di questo ad intercettare flussi di crescita della produttività e momenti d’innovazione. Va tuttavia osservato che “le grandi multinazionali dell’innovazione hanno una scarsa ricaduta sul territorio in cui operano poiché assumono limitatemene personale locale e difficilmente trasmettono le loro conoscenze alle imprese domestiche, con le quali instaurano raramente relazioni commerciali”, ricorda Crescenzi.
Mescolando teorie economiche e ricerca empirica, Accetturo e Crescenzi hanno guidato il pubblico attraverso una serie di esempi su come si può favorire l’accesso alla conoscenza globale e trarre vantaggio da un mondo sempre più globalizzato, cercando di identificare quali politiche si possano mettere in campo per ridurre divari territoriali che sembrano, tutt'oggi, crescere. “I recenti avanzamenti nel campo della modellizzazione strutturale possono aiutare nella scelta delle politiche da adottare”, avverte Accetturo, quelle politiche che fino ad oggi “non hanno tenuto conto del contesto economico, curando i sintomi ma non i mali, ottenendo effetti di equilibrio generale”.

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(sr)


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