Venerdì, 12 Ottobre 2018 - 18:40 Comunicato 2434

Calarsi la maschera, il binomio affascinante scherma-cinema

Lo sport della scherma e il cinema percorrono due strade che si incrociano più di quanto si possa immaginare. Sarà un caso che di un film che ci emoziona diciamo che è un film “toccante”? Il rapporto tra queste due arti viene raccontato da uno schermidore di altissimo livello, nonché regista internazionale, Davide Ferraio, che nel suo libro "Scherma, schermo" parla della sua esperienza e delle analogie, delle relazioni, dell’imparentamento che vi intercorrono: nell’etimologia (scherma e schermo), nella filosofia (protezione e proiezione), nello spirito (difesa: da paure, desideri, sogni, incubi), tanto che “la maschera funziona come il ciak su un set cinematografico, separa le scene l’una dall’altra". L’elemento di connessione è proprio la maschera, che protegge ma separa dal mondo, proprio come fa lo schermo nella sicurezza di una sala buia.
“La scherma è l’unico sport che si pratica con la maschera - spiega Davide Ferrario - e dietro la maschera si cela il concetto stesso di rappresentazione, dal teatro al cinema, ovvero qualcuno indossa qualcosa per essere qualcun altro. Dietro la maschera non sono io, ma c’è qualcun altro come se mi vedessi interpretare la parte di me stesso”.

Il giornalista Carlo Martinelli intervista Davide Ferrario, già schermidore di altissimo livello e regista di fama internazionale, in un incontro in cui viene presentato il suo libro "Scherma, schermo" che affronta lo sport della scherma anche sotto l’aspetto psicologico, non solo dal punto di vista sportivo e "che regala al lettore una chiave nuova e davvero molto interessante su questa disciplina di nicchia", come ha testimoniato la campionessa olimpica presente, Elisa Di Francisca.

Per il regista - tra le sue messe in scena, si annoverano nomi come Valerio Mastandrea e Fabio Del Zotto, Moana Pozzi e Mauro Numa, James Bond e Alfredo Rota - la scherma è un’arte incontrata da adolescente, un po' dimenticata per i casi della vita, ma poi meravigliosamente riscoperta e mai più abbandonata. Nel suo libro “Scherma, schermo” racconta le due passioni della sua vita. “Non le avevo mai considerate connesse. Questo libro mi ha dato la possibilità di ragionarci e capire perché amo fare entrambe le cose. Le volte in cui ho tirato meglio - racconta il regista - sono sono quelle in cui tirava il Davide Ferrario che si immaginava di essere un grande campione. Un po’ come fa l’attore, è lui stesso nella carne, ma nel ruolo diventa qualcosa d’altro. Il gioco di uscire da se stessi e poi rientrare."

Davide Ferrario si racconta, come quando scelse di provare la scherma alla Libertas Magrini di Bergamo, del maestro Erminio, delle gare in giro per l’Italia, dei viaggi in treno ("nello scompartimento c’era il senso dello stare insieme"); racconta di una altra Italia, quella degli anni '60, quando andare a Roma era una vera e propria avventura vissuta in gruppo, con la squadra.  “Scrivere questo libro mi ha riportato in un viaggio della memoria, in una Italia senza telefonini e alta velocità, ma non con meno intensità".

La scherma è uno sport difficile da interpretare  - spiega Ferrario - e il vero problema è la maschera. L’atleta non si vede mai in faccia e dal punto di vista dello spettatore è difficile mettersi in relazione con il suo volto, creare sintonia con la sua emozione; questo è un grandissimo ostacolo perché ormai lo sport è fortemente connesso all'aspetto mediatico. La scherma rimane comunque uno sport di nicchia, ma democratico, dove si possono affrontare atleti giovani e atleti più maturi perché non è basato esclusivamente sulla fisicità. Uno sport democratico anche dal punto di vista della disabilità. 

(ds)


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