In apertura anche l'introduzione del direttore artistico e direttore della Film Commission Luca Ferrario, che ha spiegato il pubblico al senso del festival, attraversare le immagini per comprenderle, decifrarle e non subirle.
Il confronto, moderato da Roberta Opassi, ha visto il contributo di studiosi e professionisti della cultura visiva, che hanno offerto prospettive complementari sul tema: "Il ritratto di classe è un dispositivo narrativo potente: dentro un’unica immagine convivono identità individuali e senso di appartenenza. Rileggerlo oggi significa mettere in dialogo memoria e contemporaneità, interrogando il modo in cui costruiamo e rappresentiamo noi stessi come gruppo", ha spiegato Opassi.
Il docente di antropologia Rosario Perricone ha quindi evidenziato il valore degli archivi fotografici in un’epoca segnata da un flusso continuo e rapido di immagini: "Le fotografie non sono la realtà, ma costruzioni di senso, relazioni tra elementi visivi. È proprio osservando più immagini insieme che possiamo coglierne la grammatica, le trasformazioni, i codici. In questo scenario, gli archivi fotografici diventano strumenti essenziali per recuperare profondità e consapevolezza, opponendosi alla fugacità dello sguardo contemporaneo".
La photo editor, autrice e docente Alessia Tagliaventi ha approfondito il ruolo educativo della fotografia, soffermandosi in particolare sul libro fotografico come dispositivo di apprendimento: "La fotografia non è mai uno specchio neutro, ma un costrutto che attiva il pensiero. Il libro fotografico, a differenza del flusso digitale, è uno strumento di lentezza: ci costringe a soffermarci, a costruire connessioni, a pensare attraverso le immagini". Tagliaventi ha inoltre sottolineato la necessità di riportare la fotografia all’interno dei percorsi educativi: "Nella scuola la fotografia è ancora poco presente, soprattutto rispetto ad altri linguaggi visivi come l’illustrazione. Eppure è un linguaggio complesso, capace di mostrare, costruire e mettere in discussione il reale. Educare all’immagine significa anche restituire alla fotografia il suo ruolo formativo".
Dal punto di vista educativo e museale, Diletta Zannelli, responsabile del Servizio educativo del Museo nazionale di Fotografia, ha evidenziato come la fotografia cambi significato a seconda dei contesti e delle pratiche di fruizione: "Un’immagine non è mai la stessa: cambia se la incontriamo in un libro, in un museo o in aula. La fotografia è un’esperienza che coinvolge percezione, emozione e apprendimento, e proprio per questo è uno strumento fondamentale nei percorsi educativi". Zannelli ha inoltre portato esempi concreti del lavoro svolto dal museo con le scuole, presentando alcuni progetti realizzati dai ragazzi: "Lavorare sul ritratto e sull’autoritratto permette ai giovani di interrogarsi su identità e rappresentazione. Nei laboratori emergono sguardi consapevoli, capaci di utilizzare la fotografia non solo per mostrarsi, ma per raccontarsi e comprendersi".
L’incontro ha riportato al centro il ritratto di classe come pratica simbolica: un dispositivo visivo con regole precise – dalla disposizione dei corpi alla centralità dell’insegnante – capace di raccontare la relazione tra individuo e gruppo e oggi quasi scomparso, ma ancora ricco di significati per interpretare il presente.
In linea con il tema del festival, il dialogo ha ribadito come educare alle immagini significhi trasformare l’apparenza in consapevolezza, fornendo strumenti critici per orientarsi tra i “miraggi” della contemporaneità.
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