“Non dirlo a nessuno… voglio fare la maratona di New York!”. Una confidenza fatta a un giovane coach Luca Degasperi è diventata prima realtà, poi il titolo di un libro in forma di diario “semiserio” edito da Edizioni del Faro. E questa non è nemmeno l’ultima avventura della trentina Chiara Turrini, protagonista oggi di un evento partecipato tenutosi nel cortile luminoso di Palazzo Benvenuti.
Attrice, ex docente, maratoneta (l’ultima 42 km: Valencia 2025), alpinista e, più recentemente, ballerina di hip hop, la spumeggiante e auto-ironica Turrini ha ripercorso con Francesco Rizzo, giornalista della Gazzetta dello Sport, una vita attraversata da passioni diverse e dalla voglia di continuare a sperimentare.
La maratona più iconica del mondo, però, era già parte della sua storia. L’esordio a New York risale al 1988, poi nell’89 settima italiana a tagliare il traguardo. Entrambe le maratone gareggiate in compagnia degli amici e nomi noti del podismo Gianni Demadonna e Lucio Tonina.
Nel 2022, il desiderio di tornarci, questa volta dopo i 70 anni. Un infortunio ha fatto saltare il primo appuntamento, trasformando anche l’imprevisto in un’occasione per festeggiare: “Ho fatto due feste rock per celebrare il mio compleanno”. Poi la ripartenza, gli allenamenti con il personal trainer, il supporto come “coach in campo” del marito, fino alla gara corsa nell’autunno del 2024 insieme alle figlie Stefania e Beatrice.
Al centro della conversazione c’è stata soprattutto la fatica, intesa non soltanto come sforzo fisico ma anche come esperienza da condividere. “La forza sociale della corsa è nella condivisione della fatica”, ha raccontato Turrini, ricordando le persone incontrate durante gli allenamenti, sconosciuti accomunati con lei dallo stato psicofisico della corsa.
Una lezione imparata anche dal padre, al quale è dedicato il libro: “Mi ha insegnato la fatica, mi ha insegnato la resistenza. Mi ha insegnato ad avere una meta”. Il rifugio della montagna come il traguardo di una maratona, diventano così il simbolo di un obiettivo da raggiungere un passo - o una falcata - alla volta.
E poi, un ricordo sensoriale dei 42 km di New York: i quartieri attraversati, la folla in festa, le bandiere, la musica blues e rock lungo il percorso, i cartelli di incoraggiamento che ricordano che “You are a rockstar” (“Sei una rockstar”). E Turrini in effetti ci si sentiva, una “rockstar” - ha raccontato - almeno fino al quindicesimo chilometro, quando il pensiero era diventato decisamente più prosaico: “Vorrei essere su una spiaggia a bere uno spritz”.
A chiudere l’incontro, una frase di Paulo Coelho che riassume lo spirito della maratoneta e della sua storia: “Se pensi che l’avventura sia pericolosa, prova la routine. È letale”.




