La felicità, per Porru, non coincide infatti con una condizione permanente. "Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi, si ricorda il momento in cui realizzi qualche cosa". Sostenere quegli attimi, ha spiegato, è una questione più filosofica che pratica, legata alla possibilità di essere autenticamente se stessi. La scrittura, nata inizialmente come strumento per attraversare l’infelicità, ha poi incontrato anche l’amore e nuove esperienze capaci di cambiare il suo modo di guardare alla vita. "Ogni movimento verso la felicità parte da un rischio. Bisogna rischiare per essere felici, anche a costo di essere tristi".
Il rapporto con il successo è arrivato attraverso la sua stessa storia. Non ancora maggiorenne Porru iniziò a distribuire ogni domenica piccoli libri autoprodotti; qualche mese dopo, il contatto con una casa editrice portò alla pubblicazione del suo primo libro e quindi al Premio Campiello, aprendo la strada alla carriera letteraria. Ma dietro quella traiettoria, ha raccontato, c'era anche lo sguardo della madre, concentrata sulla sua felicità e sulla necessità di proteggerlo dalle delusioni. I premi raccontano dunque una parte della storia, ma non necessariamente quella più importante.
Tra le forme più alte della felicità Porru ha indicato infine la gratitudine, "il sentimento più nobile che si può instaurare con una persona". Una gratitudine che guarda anche alle esperienze difficili: "Ho trovato la felicità mentre cercavo di descrivere l’infelicità. Dentro uno dei mostri ho trovato un fiore e per questo sono grato alla vita". Il percorso dello scrittore proseguirà nel 2027 con un nuovo libro, in uscita il 26 gennaio, nel decimo anniversario dell’inizio della sua carriera, e con una tournée, da aprile a giugno, pensata anche come occasione per restituire qualcosa alle associazioni che lo hanno sostenuto nel corso della sua vita.
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