Un ragionamento che si allarga al concetto di intersezionalità, necessario per riconoscere come le diverse forme di oppressione possano agire contemporaneamente sulle persone. "Quando parliamo di intersezione non dobbiamo fare paragoni, ma parallelismi. Siamo persone diverse, ma le oppressioni intervengono insieme e si tengono insieme sopra di noi. Viviamo vite intersezionali: riconoscere la diversità significa anche darle valore". Per Miccichè, mettere in discussione le gerarchie significa anche ripensare il confine tra umano e non umano. Nel corso dell’incontro ha ripercorso alcune delle radici culturali di una concezione gerarchica dell’umanità, che ha separato l’essere umano dalla natura e ha attribuito valore diverso alle diverse soggettività. Una costruzione culturale che, nel tempo, ha contribuito a definire ruoli, esclusioni e rapporti di potere. La possibilità di immaginare un sistema diverso passa quindi anche dalla capacità di mettere in discussione ciò che appare naturale o immutabile. "Non siamo fatti con lo stampino, viviamo vite intersezionali. Ci passiamo i saperi per reinventare il mondo in cui stiamo. La lotta non è quella cosa in cui siamo omologate: quello è il sistema capitalistico".
Nel confronto, Lorenzo De Preto ha ripreso il legame tra felicità, consapevolezza e dimensione collettiva, osservando come i luoghi del benessere siano spesso luoghi condivisi e come la lotta possa diventare una strategia per raggiungere una diversa consapevolezza. "Se ripenso ai momenti di felicità, li associo a momenti di consapevolezza". L’incontro ha affrontato così il tema della felicità a partire dal superamento dei confini tra umano e non umano, tra differenza e appartenenza, tra libertà individuale e benessere comune, mettendo al centro la possibilità di costruire relazioni e forme di convivenza diverse.
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