Secondo una ricerca europea del 2026 condotta dall’Addiction Science Lab, il 42% dei giovani tra i 12 e i 16 anni è risultato ad altissimo rischio di uso problematico di internet. In Trentino, uno studio su 1.788 genitori, dall’età media di 45 anni, mostra invece quanto sia ancora limitata la conoscenza dei meccanismi economici presenti nei videogiochi: il 45,6% non sa cosa siano le loot box e il 17,2% non conosce i sistemi di monetizzazione dei giochi apparentemente gratuiti.
Ornella Corazza sarà ospite di EDUCA sabato 26 settembre alle 18 a Palazzo Piomarta, nell’incontro Dipendenze: cosa sono e come intervenire, organizzato da Fondazione Demarchi e Università di Trento, insieme a Maurizio Gentile e con la moderazione di Daniela Amosso. Un confronto dedicato alle nuove forme di dipendenza e ai cambiamenti che stanno interessando le fasce più giovani, tra comportamenti online, gioco, e nuove modalità di accesso e consumo.
Professoressa Corazza, le dipendenze stanno cambiando?
«Più che cambiare, si sono allargate. Accanto alle sostanze dobbiamo considerare comportamenti problematici legati a internet: gaming, gioco d’azzardo online, pornografia, acquisti compulsivi, social media. La questione scientifica è capire quando un comportamento che fa parte della vita quotidiana diventa problematico e richiede un intervento».
Perché è così difficile riconoscere il problema?
«Perché molti comportamenti sono normalizzati. Se tutti i compagni di scuola restano svegli la notte o si collegano appena escono da scuola, diventa difficile percepire il rischio. E questa mancanza di consapevolezza riguarda sia i ragazzi sia i genitori. La ricerca europea che abbiamo condotto ci ha fornito dati preliminari, non ancora pubblicati, significativi. Abbiamo lavorato su 2.514 ragazzi tra i 12 e i 16 anni, in 40 scuole europee: il 42% è risultato ad altissimo rischio di uso problematico di internet. Tra i fattori di vulnerabilità troviamo sofferenza psicologica, ansia, depressione, impulsività, difficoltà nella gestione delle emozioni e isolamento sociale. In Trentino una ricerca ha dimostrato che un genitore su due non conosce le loot box e che il 17,2% non sa che anche nei giochi gratuiti possono esserci meccanismi di monetizzazione. Parliamo di microtransazioni che possono essere anche di uno o due euro. Il problema non è soltanto la cifra, ma la conoscenza del meccanismo. Un genitore può dare il cellulare al figlio senza sapere che sul dispositivo è possibile effettuare questi acquisti».
Quanto è sottile il confine tra videogame e gioco d’azzardo?
«È un tema che dobbiamo studiare molto attentamente. Alcuni meccanismi economici e di ricompensa presenti nei videogiochi possono avvicinarsi a quelli del gioco d’azzardo. Per questo non possiamo più considerare gaming e gambling come mondi completamente separati. Prima di dare un cellulare a un bambino bisogna educarlo ai contenuti e ai rischi. E bisogna educare anche i genitori. La scuola è fondamentale, così come la collaborazione tra ricerca, università, insegnanti e famiglie».
Qual è il momento in cui bisogna intervenire?
«Prima che il problema arrivi ai servizi. Oggi spesso ci si rivolge ai servizi quando una persona non riesce più a gestire la situazione. Dobbiamo spostare l’intervento più indietro: servono dati, formazione e consapevolezza. Le decisioni devono essere costruite a partire dalle evidenze scientifiche. È questo il punto: non aspettare che il comportamento diventi patologico per iniziare a occuparsene».
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