Arrivato a diciotto anni in Italia, Alexandre Pato si è ritrovato catapultato in quello che lui stesso ha definito ‘un Milan da Play Station’: “Volevo diventare come Ronaldo e all’epoca scelsi i rossoneri per i tanti brasiliani e perché era il mio sogno da bambino. Una squadra di leggende. Ancelotti è stato come un padre: al primo allenamento mi ha preso per mano e presentato ai giocatori. Resterà per sempre nel mio cuore”.
Quella di Pato non è stata solo una storia di talento, ma anche e soprattutto di fragilità. “Quando ho iniziato ad avere tanti infortuni, c’è chi ha detto che non avrei mai più giocato a calcio – ha raccontato. – In quel momento ho iniziato ad avere dubbi sul mio fisico. Ho trovato però la forza di parlare con qualcuno che ha saputo aiutarmi. Il mio consiglio ai ragazzi giovani oggi è quello di avere la testa giusta per seguire il proprio percorso di vita”.
Nella sua carriera, Pato non ha vissuto solo l’Italia. Ma il trasferimento in Cina, nel Tianjin Quanjian, è arrivato anche per una questione economica: “Ho valutato tanti elementi e alla fine questo ha inciso sulla scelta. Volevo però anche aiutare i giocatori di quella squadra: i calciatori internazionali erano pochi in quel momento, sentivo di poter dare una mano”. Un’esperienza poco felice al Chelsea, in Inghilterra, una migliore in Spagna con il Villarreal, diversi ritorni in Brasile ed anche una parentesi all’Orlando City, negli Stati Uniti. Pato ha girato il mondo, imparando tanto: “Ogni luogo mi ha insegnato qualcosa, anche se durante la mia carriera ho dovuto essere forte. Tra i più tosti, sicuramente Gattuso. Da chi ho imparato di più? Cafu mi ha spiegato come prendermi cura del mio fisico. Ed anche Maldini è stato un esempio, così come Beckham”.
Lo sguardo si è poi spostato inevitabilmente sul Milan di oggi: “Spero che possa tornare grande, anche se mi è dispiaciuto vedere Leao andarsene. Resta comunque una squadra che ancora oggi mi tocca il cuore”.




