Con le maglie da lui indossate nel corso della carriera sullo sfondo, sul palco del Teatro Sociale il talk ha fatto emergere diversi aspetti della personalità dell’attaccante lombardo. In campo si distingueva per la sua intelligenza tattica, per il carisma e la leadership espressi in tutte le sue esperienze: alla Sampdoria dove ha vinto da “underdog” il campionato nella stagione 1990/91, alla Juventus con la quale ha conquistato diversi scudetti e la Champions League nel 1996 e, infine, al Chelsea dal 1998, prima come calciatore poi come allenatore e manager capace di vincere la Coppa delle Coppe e la Supercoppa europea. L’unico neo, forse, la nazionale. Offuscato da Schillaci ai Mondiali del 1990, il rapporto burrascoso con il ct Sacchi lo ha definitivamente allontanato dalla maglia azzurra.
Fuori dal campo, invece, era una persona che aveva la capacità di non prendersi troppo sul serio, di saper sdrammatizzare al momento giusto, di vedere sempre il lato positivo delle cose. Come ha raccontato Wise, era anche piuttosto superstizioso: per un paio di settimane, infatti, ha voluto riguardare a più riprese il film “Mission: Impossible”. Il motivo? Aveva segnato una rete il giorno dopo averlo visto la prima volta. Il nipote Riccardo ha citato le origini trentine della famiglia che da Cles si è spostata a Cremona e sottolineato la sua ironia. Mauro ha raccontato il post carriera, la mania per lo studio e i dettagli e l’impegno per le persone più sfortunate culminato, nel 2003, con la nascita della fondazione di beneficenza “Vialli e Mauro”, impegnata nel finanziare la ricerca medica per la cura della Sla e del cancro, e la sua leggerezza che gli ha permesso di vivere in serenità la malattia e gli ultimi anni della sua vita.




