Demetrio Albertini, protagonista del Milan e della Nazionale e oggi dirigente sportivo, è stato ospite del Festival dello Sport di Trento in Piazza del Duomo, richiamando l’attenzione di molti appassionati di calcio. Albertini vanta nella sua carriera 5 Scudetti e 3 Champions e sin da quando era molto giovane veniva chiamato ‘il professore’. “Se ti chiamano così fin da giovane – spiega il Albertini – pesa molto. Quel titolo, l’ho ricevuto da Braida, storico direttore del Milan, quando ero un calciatore promettente”. L’ex centrocampista del Milan, con molte presenze in Nazionale, oggi dirigente in ambito federale, si racconta senza segreti al pubblico del Festival. E’ la storia di una carriera vissuta ai massimi livelli e di quanto il calcio possa insegnare fuori dal rettangolo di gioco. Albertini racconta la sua prima grande esperienza al Padova. “Ho esordito in serie A all’età di 17 anni – ha ricordato - per 17 anni sono stato professionista e oggi sono 21 anni che ho smesso. E’ molto più facile, raccontare il calcio adesso che non gioco più. Avevo 19 anni al Padova, ed era la prima volta da neo patentato che andavo da Milano al Veneto in auto. Avevo sempre paura di sbagliare strada. Eravamo ultimi in classifica. La prima cosa che ho visto in campo, sono state le proteste dei tifosi. Non erano le premesse migliori per un buon inizio, ma dopo poco tempo tutti urlavano il mio nome e avevo acceso una speranza in campo. Come sempre – come racconto nel libro – troppo spesso diamo giudizi facilmente”.
Spazio nel suo racconto anche all’idolo, Marco Tardelli e al rapporto con il padre. “I no di mio padre sono state delle lezioni di vita – ha evidenziato Albertini - perché faceva il muratore e non aveva sempre tempo di portarmi alle partite. I miei genitori però, mi hanno sempre sostenuto – ha ricordato – ma non mi hanno mai illuso. Per loro, la cosa più importante era che io tornassi felice dagli allenamenti”.
Ma quando Albertini ha capito davvero che il calcio sarebbe diventata la sua vita? “Lo capisci quando alzi sempre più l’asticella – sottolinea - ho voluto sempre dimostrare di essere più bravo dell’anno prima. Me lo ha insegnato il Milan. L’ho capito quando mi hanno chiamato al Mondiale 94, da giovanissimo. Credo che il talento sia una cosa innata. Tutti, quando vedono una partita di bambini, capiscono subito chi ha talento. La cosa più difficile è farlo crescere ed alimentarlo in un contesto e dall’altra parte far capire il valore che ha in mano lo sportivo dotato. Sei creatore di emozioni e quindi è una grande responsabilità”.
Parlando dei più grandi in campo, Albertini non dimentica il mitico ‘Marco’ Van Basten. “In poco tempo ha dimostrato di essere un grande giocatore moderno. La prima cosa che dimostra la persona di talento è la capacità di cogliere il momento prezioso. Il campione riesce ad avere successo perché intuisce quasi il futuro. L’altra cosa, è riuscire a risolvere il problema in minor tempo possibile, vale anche in campo così come nella vita”.
Al centro dell'intervento di Albertini leadership, disciplina e spirito di squadra, valori che si costruiscono negli anni e si mettono alla prova nei momenti difficili. “Andando in campo – ha detto l’ex calciatore del Milan - dobbiamo creare emozioni. Una giocata di Van Basten o una scivolata di Gattuso creano ancora oggi grandi emozioni”.
I riferimenti ai grandi allenatori non mancano nell’incontro di Trento. “Sacchi ha dettato davvero il grande cambiamento – ha detto Albertini - tanti campioni hanno segnato la storia. Nel mio libro, ci sono davvero molti aneddoti mai raccontati. Sacchi mi ha insegnato che si ruba anche guardando. La fortuna è che potevo seguire da vicino Ancelotti ma anche Rijkaard. Da Carlo ho preso il carisma, i comportamenti, cercando di valorizzare sempre i compagni”. Albertini ha raccontato poi la sua esperienza a Barcellona e il senso di appartenenza, ma non solo.
“Messi l’ho visto esordire – ha detto ancora Albertini - e non lo conoscevo. Dico anche che dopo 5 allenamenti ho pensato ad un vero erede di Maradona. Credo molto nel concetto di squadra accettando le diversità. Il mio sogno era quello di finire nelle figurine (realizzato) ma ho ricevuto molto di più. Importantissima è stata anche l’esperienza in Spagna. Mentre l’annata 1999/2000 è stata tra le più difficili per me. Per la prima volta mi sono chiesto che cosa posso cambiare? Ho trovato la motivazione per non mollare. La continuità di rendimento è sempre stata una delle mie qualità. Mi sono messo in discussione e ho agito”.
Le emozioni dei titoli vinti ma anche le grandi delusioni, i brividi dei rigori e la paura davanti alla porta, sono stati al centro dell’incontro con Albertini. “Per allenare l’emotività per una finale – ha concluso il grande campione -, devi allenare la consapevolezza nella vita, anche quando non sogni di tirare quel grande calcio”.




