Si parte dal primo incontro tra Maurizio Fondriest e Gianni Bugno (tra le altre, due volte Campione del Mondo su strada 1991 e 1992, Maglia rosa al Giro d'Italia del 1990) in questo excursus nel passato del corridore trentino: “Era il primo anno che partecipavo alla Coppa d’oro. A un certo punto della gara, cado e mi si piega la catena. In qualche modo riesco a rientrare sul gruppo e a fare quasi tutta la corsa, arrivando al punto in cui mancava un anello. E lìarriva Bugno. Io cado di nuovo e mentre mi portano in ospedale, lui vince. Ecco, questo è stato il nostro primo incontro – ha raccontato con ironia e leggerezza. “Da quel momento in poi tra noi c’è sempre stata rivalità. Anzi, c’è sempre stato agonismo, quello più puro”. Una rivalità che conferma anche Martinelli - “Me la ricordo bene, anche perché mi ci trovavo sempre nel mezzo. In piùa loro si univa anche Chiappucci, che alla fine non poteva vedere né l’uno né l’altro” – e dovuta, secondo Davide Cassani, anche alle diverse anime dei due atleti: “Correre con Maurizio era facile, era attento, acuto, tecnico. Con Gianni era più complicato, perché se gli chiedevi “come stai?” lui rispondeva sempre “male”, ma poi dopo 200 chilometri era ancora lì, a pedalare meglio degli altri”.
Eppure, messe da parte le inimicizie sportive dell’epoca, oggi è come un “grande avversario e un grande amico” che Bugno definisce, in estrema sintesi, Fondriest. Perché dietro le battaglie all’ultima pedalata, resta, come ha aggiunto il corridore di Cles, “la condivisione della fatica, del caldo, del freddo… E questo ti unisce”.
Resta, l’amore per la bici. Che nel caso di Fondriest arriva dal padre: “Correva negli anni ‘50, ed è per questo che un po’ per caso sia io che mio fratello abbiamo iniziato. Penso che senza di lui, senza la sua passione, magari non sarei mai arrivato al ciclismo e non avrei mai scoperto il mio talento”. Un amore che non passa nemmeno quando ci si ritira: “Ho lasciato da tempo, per problemi alla schiena, ma di fatto non ho mai smesso. La bici è parte del mio stile di vita”.
È proprio sul ripercorrere le strade di un tempo – una su tutte la saluta di Poggio, che per Fondriest ha rappresentato molto della propria carriera – che si dipana la narrazione del film “The Fondriest Way”, in un gioco continuo tra passato e presente, tra quello che è stato e c’è oggi. Compresa la consapevolezza, forse, che, come ha detto Martinelli dal palco del Festival, “se Maurizio fosse nato 20 anni dopo, avrebbe vinto molto di più, perché il suo modo e il suo stile erano fuori dai tempi”.




