Nella sala del Palazzo della Regione, Nicolò e Lorenzo hanno messo nel mirino il successo nel più prestigioso trofeo continentale, partendo proprio dalla gara più entusiasmante dello scorso marzo: “Quella contro l’Inghilterra – ha spiegato Nicolò – è stata la gara fisicamente più dura della mia vita. C’era molta tensione tra tutti noi anche durante la settimana perché sapevamo che potevamo battere gli inglesi e quindi la pressione si è sentita molto. Per questo motivo non è stata una partita piacevole nemmeno da giocare. Quando l’arbitro ha fischiato la fine è stata una liberazione in tutti i sensi”.
Un risultato che potrebbe segnare un ulteriore avvicinamento verso il sogno chiamato Sei Nazioni: “Non dobbiamo porci limiti – ha rimarcato Lorenzo – dobbiamo sempre pensare ad arrivare in alto. Lavoriamo per gradi, l’anno prossimo vogliamo vincere tre partite, poi quattro e magari arrivare a vincere il Sei Nazioni”.
Tra una curiosità e l’altra, tra un tatuaggio di Nicolò con le frasi del film Il Ciclone e le confessioni di chi sia più festaiolo (Lorenzo), la sfida a chi riconosce più animali – entrambi sono pescatori e amanti degli animali - tra due fratelli caratterialmente agli antipodi e qualche momento gustoso sull’ansia per un giovane Lorenzo giudicato troppo mingherlino dalla madre, non è mancata la domanda sugli inizi. E Nicolò ha ammesso di aver lasciato senza un velo di tristezza il calcio: “Ho iniziato a giocare a rugby all’età di 15 anni, tardi rispetto agli altri. Prima giocavo a calcio e facevo il portiere, ma non ero molto bravo. Ero molto più alto e robusto dei miei compagni di squadra e amavo il contatto fisico. A un certo punto mi è stato proprio consigliato di cambiare sport. Ci sono rimasto malissimo”. Un cambio di rotta forzato, che ha tolto al calcio un giocatore mediocre e regalato alla nazionale di rugby due fratelli fenomenali.




