Hanno iniziato a formare stabilmente il terzetto azzurro dell'inseguimento a squadre nella stagione 2021/2022, intensificando il lavoro fino a consacrarsi a livello internazionale nel 2024 con lo storico oro mondiale a Calgary. Il 17 febbraio 2026 ai Giochi di Milano Cortina è arrivata l’apoteosi con una rimonta sugli Stati Uniti che ha riportato l’Italia sul gradino più alto, vent’anni dopo Torino 2006. Una gara costruita sul ritmo, sulla concentrazione e sulla capacità di non perdere mai la misura.
La serietà è la strategia di questa squadra composta da tre personalità diverse.
Davide Ghiotto, il più estroverso, è l’uomo delle grandi distanze: tre volte campione del mondo nei 10.000 metri e primatista mondiale sulla distanza. A Milano Cortina aveva appena vissuto la delusione del sesto posto nei 10.000, ma nell’inseguimento ha trasformato quella rabbia in energia “grazie alla fiducia incrollabile che mi hanno espresso i miei compagni”.
“Negli ultimi due giri – ha raccontato – sono riuscito a lanciare un occhio al tabellone. Era verde. Ho pregato dentro di me “ragazzi, portiamola a casa” e così è andata”.
Prima dell’immagine del loro salto a braccia alzate sul podio a mani unite, li abbiamo visti confabulare sorridenti. “Parlavamo della gara – ha spiegato Ghiotto – perché non ci rendevamo ancora conto di aver vinto un’Olimpiade. Ci stavamo confrontando su come avevamo preso le curve, sugli errori e sulle nostre performance. La gioia della vittoria è arrivata passo dopo passo”.
Andrea Giovannini, il più posato, ha iniziato a pattinare sul lago ghiacciato di Baselga di Piné, nel mito di Enrico Fabris, e negli anni ha costruito un palmarès importante tra inseguimento a squadre e Mass Start. Dopo quattro olimpiadi, a Milano Cortina la sua esperienza è stata preziosa anche nei momenti in cui la gara sembrava poter sfuggire di mano. “Sapevamo che avremmo potuto fare molto bene – ha aggiunto – e volevamo almeno una medaglia. Prima dei quarti la tensione era altissima poi ci siamo calmati quando siamo passati in finale perché almeno una medaglia era certa. La finale quindi è stata la gara più tranquilla che abbiamo fatto. Siamo riusciti anche a ragionare”.
Dello stesso parere Michele Malfatti, forse il più discreto dei tre, che nell’inseguimento ha dimostrato più volte di essere un ingranaggio fondamentale: “Conoscevamo la nostra forza e il nostro potenziale ma le Olimpiadi sono una gara diversa. Può succedere di tutto. La semifinale è la gara in cui ho sentito di più la tensione perché si trattava di tutto o niente. Invece in finale eravamo più tranquilli e abbiamo fatto quello che sapevamo fare”.
Il loro è un legame che va oltre lo sport. Vivono insieme per gran parte dell’anno (254 giorni fuori casa, secondo i calcoli di Ghiotto) e conoscono emozioni, passioni e caratteri reciproci per sostenersi a vicenda.
Ora che l’oro è conquistato, il loro pensiero è rivolto al futuro di questo sport. La speranza è quella di riuscire a far appassionare altri giovani leve, come Torino 2006 ha ispirato loro. Possibilmente con le strutture adeguate, senza dover andare all’estero ad allenarsi come fanno loro. “Il nostro sogno è quello di avere almeno un palazzetto coperto qua in Italia” ha concluso Giovannini.




