Un esordio quasi improvviso, avvenuto nel giorno stesso della partita: “Ho saputo che avrei giocato soltanto tre ore prima del fischio d’inizio – ha commentato -. Non ero assolutamente preparato ma penso di aver disputato una gara discreta”. La giovane età spesso si accompagna a grandi ambizioni: “Pensavo che sarei arrivato nel Real Madrid nel giro di due anni, penso sia normale - ha continuato - ma prima o poi si deve fare i conti con la realtà delle cose. Ci sono tanti fattori che influiscono sulla carriera di un calciatore come per esempio gli infortuni e trovare l’allenatore giusto per te. Io, purtroppo, ho spesso vissuto qualche disavventura che mi ha frenato. Penso però, che se si continua a lavorare e credere in quello che si fa, prima o poi qualcosa di buono succede. Per esempio nel periodo trascorso in Portogallo nel Vitoria Guimaraes, sono stato fermo otto mesi per un infortunio.
In quel periodo ho pensato troppo, ho pensato che il calcio non fosse la mia strada e che avrei dovuto fare altro. Addirittura ho pensato di iscrivermi alla facoltà di medicina. Infine, nelle fila della squadra danese Aarhus ho capito che se volevo continuare avrei dovuto essere un calciatore anche fuori dal campo”.
Tra le altre curiosità la passione per gli sport americani – tifa Philadelphia nel basket e Pittsburgh nel football – il suo ambientamento in Italia di cui apprezza la passione con cui i tifosi vivono il calcio, il rapporto con il razzismo, la voglia di vincere finalmente la Champions League e, soprattutto, la regola dei 5 secondi imparata in Danimarca e mai dimenticata: “Una volta commesso un errore – ha spiegato – mi prendo cinque secondi al massimo per dare la colpa a qualcun altro o a qualcos’altro e poi ripartire come nulla fosse successo”.




