Sabato, 03 Ottobre 2026 - 12:59 Comunicato 2907

Antonioni, maestro di un calcio “di fantasia” che non c’è più

Icona di fiorentinità come (o più) di Ponte Vecchio. Parte da qui, dalla simbiosi quasi assoluta tra uno tra i più grandi numeri 10 di sempre e Firenze, la chiacchiera tra Antonioni e l’autore di due dei suoi libri - “Una vita da 10” e “10 modi di dirti ti amo” - Luca Calamai al Festival dello Sport di Trento. “Firenze non mi ha mai messo in discussione” – ha raccontato dal palco – “anzi, mi ha sempre protetto. Mi sono sempre sentito amato dai tifosi, che anche quando giocavo male trovavano il mondo di complimentarsi e dirmi che ero stato bravo”. Dalla sua infanzia, al suo presente da allenatore della Nazionale Under-21, l’icona viola ha ricordato soprattutto la complessa forbice del biennio ‘81-’82, tra infortunio, scudetto perso, e soprattutto la vittoria dei Mondiali.
Una vita da dieci Nella foto: Giancarlo Antognoni [ Martina Massetti - Archivio Ufficio Stampa PAT]

“La prima partita che ho visto è stata Bologna-Milan, a 13 anni. La passione mi era stata trasmessa da mio padre” – ha raccontato – “ma in quegli anni, per me il calcio significava per lo più un gioco fatto con mio fratello, con un pallone di stoffa e su campi occasionali. È col trasferimento a Perugia che si è davvero iniziato a parlare di calcio in maniera nuova e importante. Poi è arrivata la Fiorentina…”. 18 anni, pochissime partite in Primavera e poi subito l’esordio in Serie A, la maglia viola sarà per Antonioni una compagna per 15 stagioni consecutive tra il 1972 e il 1987. E soprattutto lo renderà un “pilastro” di Firenze. E non solo.

“Tra l’81 e l’82 è successo di tutto” – ha continuato – “è stato un periodo tra i più difficili della mia carriera, ma anche – allo stesso modo – tra i più belli. Da un lato – quello negativo - c’è stato l’infortunio, l’operazione alla testa e lo stop di quattro mesi. C’è stata la ripresa, lenta, a combattere coi farmaci che mi rallentavano i riflessi e mi impedivano di giocare come volevo. Ma c’è stata anche quello scudetto perso per un punto contro la Juve, e una finale in cui – oggi me ne rendo conto – abbiamo giocato molto al di sotto delle nostre possibilità”. Però dall’altro lato – quello positivo – il 1982 è anche l’anno dei Mondiali, e della vittoria azzurra: “Eravamo partiti piuttosto male – ha ricordato – con le prime tre partite concluse con tre pareggi. Poi è successo qualcosa di magico: abbiamo battuto l’Argentina e questo ci ha galvanizzato, convincendoci che avremmo potuto battere addirittura anche il Brasile. Ed è successo! Grazie all’exploit di Paolo Rossi abbiamo davvero vinto i Mondiali”.

E concluso il percorso con la Fiorentina – anche se la Fiorentina in fondo non ha concluso quello con Antonioni – è proprio negli Azzurri che ancora oggi colui che detiene il record di presenze col numero 10 mantiene vivo il su rapporto col calcio: “Lavorare con la Nazionale Under-21 dà molta soddisfazione. È un ambiente giovane, che ti permette di dare consigli (a volte giusti), di essere presente per questi ragazzi. E io credo che tra loro ce ne ne siano anche di molto bravi – ha concluso – il problema è che non hanno spazio per giocare più di tanto. Nessuno, ormai, ha interesse a ricoprire un ruolo come il mio, ad essere il numero 10. Nessuno, ormai, dà più spazio ai giocatori “di fantasia””.

(kd)


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