Giovedì, 01 Ottobre 2026 - 17:15 Comunicato 2847

A 300 all’ora nella vita, su quattro ruote, di Emerson Fittipaldi

Un titolo mondiale in Formula1, nel 1972 a due anni dal debutto, a bordo di una Lotus. E il secondo, due anni più tardi, con la McLaren. Emerson Fittipaldi, ha portato sul palco del Festival dello Sport di Trento, la sua “vita a 300 all’ora”. Come recita il titolo dell’incontro con il giornalista Furio Zara e il pubblico del Festival, in una Sala della Filarmonica gremita.
Tutti per il pilota classe 1946, brasiliano di origini italiane come il cognome e la sua buona pronuncia suggeriscono, primo verdeoro ad aggiudicarsi un Gran Premio e un posto nell’Olimpo dei motori. In quella Formula1 che, secondo le parole di Zara, si divide in tre categorie. “Ci sono i piloti, alcuni che si fanno ricordare altri meno. Poi ci sono i campioni che lasciano una storia, un segno nella storia. E, infine, ci sono le icone che fanno qualcosa di più dei campioni, aprono un nuovo orizzonte. E Il loro nome basta da solo. Come quello di Emerson Fittipaldi.”
Una vita a 300 all'ora Nella foto: Emerson Fittipaldi. [ Alessandro Eccel Alessandro Eccel - Archivio Ufficio Stampa PAT]

L’icona della F1 è arrivato sul palco con il cappellino blu con visiera in testa e l’emozione di raccontare quei 300 e più all’ora che hanno caratterizzato i suoi anni migliori. Da quel Mondiale su Lotus, vinto diventando il pilota più giovane che mai fosse arrivato lì. A Monza con due gare di anticipo. “Ricordo la sofferenza, la lotta contro i tanti guai meccanici, e poi la liberazione, la gioia”. Nella stessa Lotus dove era arrivato perché notato da qualcuno di importante che gli aveva offerto un posto in Formula3. E da lì, il via di una storia, questa sua storia.

Eppure, al primo incontro e sguardo con la storica colorazione nera “ho subito pensato (e detto): se ci mettiamo le maniglie diventa una cassa da morto! Poi, però, l’ho guidata per quattro anni. Ci ho parlato, l’ho amata.” Anche temuta? “Alla paura non ho mai lasciato spazio. Arrivavo in circuito e mi concentravo senza mai pensare di poter fare un incidente. Pregavo, questo sì. Ero e sono molto religioso. Ho visto morire trentacinque colleghi in quegli anni. Non è stato facile.” Anni in cui la guida era molto diversa da quella attuale. “Ho iniziato con Jack Stewart, pilota fenomenale. Da lui ho imparato la concentrazione, che a quell’epoca era fondamentale. La precisione e lo spazio da rispettare tra vetture. Lui mi ha ispirato, tanto.”

Anni, quei Settanta e Ottanta, che avrebbero potuto tingersi di rosso. Rosso Ferrari. “Tutti avremmo voluto guidarne una. Sono andato a pranzo con Enzo Ferrari che mi avrebbe voluto in squadra ma non c’era posto in F1 ed io volevo rimanere nel circuito. Non ho detto no. In quel momento non abbiamo trovato un accordo.” Un no però, poi, arriverà. Nel 1976.  Quando all’indomani dell’incidente di Niki Lauda al Nurburgring gli offriranno il suo posto. “E io non me la sono sentita. Non ho ritenuto giusto sostituirlo. In quel momento pregavo per la sua vita, l’unica cosa per me importante.” Ci penserà poi il pilota austriaco a compiere il miracolo tornando dopo soli quaranta giorni a Monza. Quel Lauda che però non è stato il suo rivale. Non quanto Clay Regazzoni, perlomeno, che invece considera il suo avversario numero 1. Ma Fittipaldi, pensando al tema cui è dedicato il Festival in questo 2026, si è mai sentito invincibile? Una risposta, senza esitazione alcuna: “quando un pilota comincia a pensare di essere meglio degli altri, smette di vincere.”

E a volte, smette anche di provare. “Maggio 1994. Ero ad Indianapolis, stavo eseguendo dei test e mi richiamano al box. Per fermare una prova, ho pensato dovesse essere successo qualcosa di terribile a qualcuno della mia famiglia.” E invece “c’era mia moglie al telefono, per annunciarmi la morte di Ayrton Senna. Ho tolto la tuta e lasciato il circuito. Non potevo continuare a guidare quale giorno.” Era morto il pilota brasiliano che Fittipaldi aveva conosciuto da ragazzino, timido ma con un talento “che si vedeva senza bisogno di guardarlo troppo.”

Ayrton così diverso da Nelson Piquet, un altro pilota verdeoro. “Molto tecnico e veloce, divertente e sicuro di sé. Ricordando uno dei suoi scherzi. “Piquet vittima di un incidente era in ospedale con Jeff Andretti. Nelson ha finto di provare un dolore allucinante durante la visita per spaventare Jeff. Questo era lui, oltre che un vero latin lover”. Ed oggi? “Mi piacciono molti piloti, li trovo tutti interessanti. Guardo a Kimi Antonelli con grande interesse. Ma se devo sceglierne uno, quello è Fernando Alonso.” Risata generale. 

(em)


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