“In emergenza il tempo è il bene più prezioso e non possiamo permetterci di definire le procedure nel momento in cui serve intervenire” sono le parole del dirigente generale Fait, che osserva: “La collaborazione internazionale ha valore se è basata su procedure e standard condivisi, oltre che persone che hanno già lavorato insieme. È questa la differenza tra un aiuto che arriva ed è immediatamente operativo e un aiuto che, invece, rischia di diventare un ulteriore carico logistico per una comunità già colpita”.
La presenza della rappresentanza trentina in Friuli assume un significato particolare. All’epoca del terremoto non esisteva ancora l’attuale sistema provinciale di Protezione civile, che sarebbe nato anche sull’esperienza di quell’emergenza. Nel 1976 furono comunque centinaia i volontari trentini che raggiunsero il Friuli per portare aiuto alle comunità colpite. Un impegno che coinvolse gli alpini, i vigili del fuoco volontari e permanenti e i tecnici della Provincia autonoma di Trento, impegnati non solo a Moggio Udinese, con cui la Diocesi di Trento si gemellò dopo il sisma, ma anche in altri territori devastati dal terremoto.
Il programma del Raduno ha coinvolto le Protezioni civili delle Regioni e delle Province autonome del Nord Italia, il Dipartimento nazionale e i partner transfrontalieri di Carinzia, Slovenia e Istria. Gli operatori trentini hanno partecipato come osservatori a otto esercitazioni, dedicate a diversi ambiti dell’emergenza: dalla ricerca di persone disperse al censimento della popolazione assistita, fino alla compilazione delle schede di risentimento sismico dopo un terremoto.
Alle cerimonie ufficiali ha partecipato anche il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci. La manifestazione si è conclusa con la sfilata delle delegazioni attraverso le vie di Gemona, in un momento che ha riunito volontari e operatori di territori diversi accomunati dallo stesso spirito di intervenire quando le comunità sono chiamate ad affrontare un’emergenza.




