
di Tito Boeri
È molto opportuna la scelta della Provincia autonoma di Trento di affrontare la crisi dando priorità a misure permanenti a favore delle fasce di popolazione più deboli. È una scelta, tutt’altro che formale. I 92 milioni di euro (di cui 18 milioni destinati al reddito minimo di garanzia) costituiscono circa il 2% del bilancio della Provincia. Il reddito minimo di garanzia introduce nel nostro Paese uno schema di reddito minimo garantito, come quelli che esistono in tutti i Paesi dell’Unione Europea, ad eccezione di Grecia e Italia. Il sussidio è monetario e non è a somma fissa, a differenza della social card istituita, peraltro solo come misura estemporanea, dal Governo. Questo ne migliora le proprietà distributive (si aiuta di più chi è più povero) e l’efficacia nel contrastare la povertà. Condivisibile anche la scelta di utilizzare indicatori di consumo da abbinare ad un indicatore più standard, sul modello Isee, per ridurre i possibili abusi. Bene che i controlli incrociati sul soddisfacimento dei requisiti per accedere ai sussidi si concentrino proprio su persone che compilano dichiarazioni Icef leggermente al di sotto della soglia necessaria per la ricezione del sussidio. La casistica suggerisce che è lì che si concentrano gli abusi.
Il reddito minimo di garanzia è uno strumento di assistenza sociale potenzialmente accessibile da parte di tutti coloro che si trovino in condizione di bisogno. Non sono previsti, come nel caso della social card, requisiti anagrafici ad hoc, nell’intento di limitare il costo della misura. L’unica restrizione riguarda l’esclusione di coloro che siano residenti in Trentino da meno di tre anni e che non abbiano svolto in precedenza attività lavorative sul territorio. Questa scelta si spiega con la volontà di scoraggiare qualsiasi forma di “turismo assistenziale”, che porti i poveri di altre regioni a riversarsi in quella che rischia di essere l’unica provincia italiana ad avere istituito uno schema di questo tipo. Trattandosi di una misura che viene introdotta come uno strumento permanente di contrasto alla povertà, sarà possibile nel tempo sperimentare gli effetti di un parziale ammorbidimento di questo requisito, tenendo conto che nella popolazione povera già presente in Trentino vi sono probabilmente non poche persone di immigrazione recente e che sono in condizione di bisogno.
Spero che altre province italiane seguano Trento nell’adottare un reddito minimo garantito. Essendo il vincolo di bilancio per molte di queste più stringente e volendo evitare forti differenze nella soglia di reddito, a parità di potere d’acquisto, al di sotto della quale si accede al trasferimento, sarebbe molto meglio che uno schema di questo tipo venisse istituito a livello nazionale. Ma sono altre le priorità della politica nazionale. Altri sono i suoi orizzonti. Anche in questo il piano varato a Trento è d’esempio: si tratta di misure strutturali. Proprio perché sfuggono alla prassi consolidata della politica italiana di introdurre misure che durano lo spazio di un mattino, le misure varate a Trento potranno essere affinate nel tempo, sulla base dell’esperienza e di approfondite valutazioni. Anche per questo è bene che la Provincia si attrezzi fin d’ora a prevedere una sistematica raccolta di dati sugli effetti del reddito minimo di garanzia.